Un viaggio “on the road” è tutto un altro viaggio

 

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A ripensarci ora, è stata proprio un’esperienza incredibile!

Abbiamo lasciato tutti a casa – mariti, figli, genitori e nipoti- e siamo volate dall’altra parte dell’oceano.

Bye-Bye!

Ci attendevano tre settimane di libertà e totale scoperta.

Nulla di meticolosamente organizzato prima della partenza, un po’ per mancanza di tempo e un po’ per lasciarci meglio coinvolgere dal fascino dell’ignoto.

Anche lungo la strada, abbiamo cercato di pianificare solo lo stretto necessario, decidendo quando e dove fermarci di giorno in giorno.

Questo ha reso tutto molto più emozionante!

Così, è cominciata la nostra avventura…

 

 

 

Arrivo a Chicago

Primo giorno…

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Eccoci giunti nella  “Windy City”, la prima tappa del nostro lungo viaggio itinerante, dove ci fermeremo due notti (è l’unico albergo che abbiamo prenotato da Milano); per tutti gli altri decideremo di giorno in giorno…a seconda di dove la strada ci porterà…che bello!

Ma adesso concentriamoci su questa grande città che non conosco, se non per aver visto una dozzina di volte il film dei Blues Brothers. Il volo è stato piacevole (Milano-Madrid-Chicago con Iberia) e non siamo particolarmente stanche. E meno male, perché sta per cominciare  un pomeriggio-serata-nottata senza sosta. Abbiamo sette ore di fuso da far passare per rimetterci in pari con l’ora locale. Qui sono le cinque del pomeriggio e in Italia è già mezzanotte, ma resisteremo!

Il trasferimento aeroporto/hotel è piuttosto rocambolesco: da vere viaggiatrici, abbiamo pensato bene di snobbare i taxi  per provare l’ebrezza di sperimentare qualunque altro mezzo di trasporto. Così, scendiamo dal metro leggero del terminal e trasciniamo faticosamente  le valigie sulla grande scala di ferro per infilarci in un vagone affollato (è l’ora di punta!) della “sopraelevata”. Ma non è finita:  c’è ancora l’autobus 76 da prendere per arrivare – forse –  a destinazione al Willows Hotel, in 555 West Surf. 

Siamo fortunate, perché troviamo una signora molto gentile che scende proprio alla nostra fermata e che, in pratica, ci accompagna  fino all’albergo.

Willows Hotel

Willows Hotel

Anche la zona non è male. Ci sono edifici bassi di mattoni rossi, vie alberate con aiuole lungo i marciapiedi e bici parcheggiate qua e là.

2013-08-06-17-14-39Molliamo i bagagli, diamo un’occhiata veloce alla stanza, e..via di nuovo! Vogliamo vedere il lago Michighan che non dovrebbe essere particolarmente distante. Attraversiamo un tratto del Lincoln Park, camminando lungo una stradina interna, dove sfrecciano ciclisti e corre un sacco di gente in entrambe le direzioni. Per ben due volte – annebbiata dal jet-lag – vago apparentemente senza una meta precisa e rischio di essere travolta da due biciclette.

Il lago, all’improvviso, ci compare davanti.

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Lago Michigan

Con queste nuvole grigie fa un tutt’uno con il cielo; ma è bello lo stesso perché sembra mare e all’orizzonte non c’è nulla, solo il vento che soffia da lontano e qualche barca a vela.

Tornando verso l’albergo, decidiamo di fermarci in un grill-bar per quella che –  a questo punto – dovrebbe essere la nostra cena (ma per noi sono la tre del mattino!!). Del resto, tirare così è l’unico modo per entrare da subito nel ritmo di questa città che domani dovremo percorrere in lungo e in largo…

Sarà una grande giornata..!

A spasso tra i grattacieli

 

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Secondo giorno…

 

Questa mattina siamo riuscite a svegliarci presto – alle 7.40 – perfettamente allineate con l’ora locale. Il nostro albergo è grazioso e un po’ vetusto (secondo la brochure ha “un fascino europeo”…) Abbiamo un giorno solo per visitare tutta la città e il nostro programma di oggi è fittissimo.

Domani, comincerà l’avventura on the road.

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Peggy Notebaert Nature Museum

Così, non perdiamo tempo e ci mettiamo in marcia verso il Downtown, passando ancora dal Lincoln Park. Qui c’è il Peggy Notebaert Nature Museum, uno dei musei di storia naturale più belli del mondo. Purtroppo, con le poche ore a disposizione non ce lo possiamo permettere, quindi ci accontentiamo di girargli intorno per ammirarne la bella architettura, modernissima. Il parco è pieno di bambini, organizzati in gruppetti e seguiti dalle educatrici. Alcuni vengono portati a spasso tutti in fila, attaccati a un lungo nastro, così da formare dei “trenini di bimbi”. Certo che per loro qui è un paradiso: oltre a tutto questo verde ci sono i laboratori del Museo della Scienza, c’è lo Zoo e, poco più avanti, la Fattoria nel Parco.

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Il laghetto di Lincoln Park

Nel nostro tragitto verso sud, continuiamo a camminare all’interno del Lincoln Park. Ci sono molti fiori e anche un lago piuttosto grande; sullo sfondo i grattacieli. Ma camminare stanca – nonostante la splendida cornice –  e la strada per arrivare in centro è ancora lunga.

Così, prendiamo un autobus (tanto abbiamo la nostra tessera di 3 giorni da sfruttare) e, in un minuto, scendiamo a due passi da Magnificent Mile, un nome che già dice tutto. E’ il primo tratto di Michigan Avenue  – lungo un miglio, appunto – sovrastato da grattacieli altissimi ipermoderni  e costellato di negozi d’alta moda, gioiellerie, “templi” dell’elettronica e di tutto quanto c’è di meglio per lo shopping.

Certo che qui Chicago ricorda tanto New York, anche se i grattacieli sono molto più alti. Soprattutto quelli che, nell’area più centrale, si concentrano lungo le sponde del Chicago River. Dopo il gigantesco incendio del 1871, la città è stata in larga parte ricostruita, diventando una sorta di “laboratorio di architettura”. Ci prenotiamo per un giro in battello di un’ora e mezza, interamente dedicato ai più importanti e avveniristici edifici della città. Bella l’idea!  Soprattutto per mia cognata Margherita che di mestiere fa l’architetto.

Chicago River

Chicago River

Peccato però che il ragazzo che ci fa da guida parli con un  accento del luogo esagerato e, per di più, a una velocità impressionante. Risultato: non capiamo quasi nulla delle sue spiegazioni (che sembrerebbero molto precise e  ricche di dettagli tecnici) e, alla fine del nostro tour, delle altissime torri di Chicago e dei loro progettisti ne sappiamo tanto quanto prima.

Un po’ deluse ma non troppo, perché la navigazione è stata comunque molto suggestiva, ci incamminiamo verso Millennium Park, poco sotto il fiume. Qui,  dovrebbe esserci la famosa scultura ribattezzata “The Bean” – il Fagiolo – che il realtà si chiama “Cloud Gate” (il cancello della nuvola).

Bello…ci appare davanti all’improvviso come una grande astronave!

The "bean"

The “Bean”

E’ un immenso fagiolone luccicante  che riflette le immagini distorte dello skyline. Poco più il là, c’imbattiamo nella Crown Fountain: due grandi blocchi di cristallo alti 15 metri su cui sono proiettati volti di persone di ogni razza (perché Chicago è una città ad alto quoziente multietnico).

Ho un desiderio che entro sera devo assolutamente realizzare: voglio salire in cima alla Willis Tower .  Soprattutto dopo aver visto dal battello i quattro balconi trasparenti che fanno capolino dall’ultimo piano. Voglio provare l’ebrezza di stare in piedi – nel vuoto – sopra la città…

Purtroppo, il desiderio svanisce all’istante, quando alla biglietteria ci informano che bisogna fare un lunga coda di quasi due ore prima di salire. Che facciamo?

Rinunciamo e torniamo dalle parti di Magnificent Mile per andare ad ammirare la città  dall’ Osservatorio John Hancock, un grattacielo che questa mattina avevamo snobbato perché alto “solo” 344 metri; niente in confronto alla Willis che sfiora i 442!

Crown Fontain

Crown Fontain

E, allora, riprendiamo al volo la “sopraelevata” (davvero molto affascinante con questo suo sferragliare a pochi metri dalle finestre di case e uffici) e ripuntiamo verso nord.

18 dollari e 94 piani ed eccoci arrivate “on the top”. Da quassù la vista sui quattro lati è stupefacente, soprattutto quella che inquadra il litorale del grande lago Michigan. Dopo tutto questo gran correre, decidiamo di restare qui un po’ più a lungo: ci riposiamo e aspettiamo che nella città sotto di noi si accenda qualche luce della sera.

Ecco che, piano piano, tutte le lunghe arterie che l’attraversano in ogni direzione cominciano a illuminarsi: sono le mille auto in coda, è l’ora di punta, un lungo flusso omogeneo che avanza lentamente. Bello il panorama con il tramonto…e i tetti dei grattacieli visti dall’altro fanno impressione, sono così vicini…su alcuni ci sono addirittura le piscine.

Ci siamo riposate ma adesso la fame comincia a farsi sentire. Così, riprendiamo l’ascensore e torniamo a terra a mescolarci con la vita brulicante della città.

Per cena vogliamo provare la “deep-dish pizza”che è tipica di Chicago. Sappiamo già dove andare e camminiamo fino alla “Pizzeria Uno”. Ma il locale sembra sia stato preso d’assalto, dentro è strapieno e fuori c’è una lunga coda di gente che aspetta.

Non facciamo un plissé, perché tanto abbiamo un’alternativa (che fonte d’informazione preziosa sono i diari degli altri viaggiatori!): andiamo dirette e sicure alla “Pizzeria Due”, a un isolato più in là. Qui il posto c’è e ci mettiamo comode, sedute a un tavolo all’esterno.

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Arriva il cameriere e ci informa che dovremo però aspettare 45 (quarantacinque!) minuti, perché la cottura è lunga, dato che la “dish-deep pizza” è molto spessa. Questa non ci voleva…sto morendo di fame!

Ci consoliamo con due birre alla spina, così quando – finalmente – arriva la pizza, siamo costrette a ordinarne altre due.

Questa specialità locale è buonina, ma non eccezionale e forse davvero troppo spessa e pesante. La nostra giornata infinita si chiude con un salto all’Hard Rock Cafè che è  proprio lì vicino. Un paio di acquisti per figli e nipoti adolescenti ed eccoci di nuovo sulla sopraelevata versione “by night”.

Sempre emozionante…2013-08-07 01.31.36

Scese dalla metro raggiungiamo la fermata degli autobus per scoprire che a quell’ora (sono le 11.30) non sono più in servizio. E, allora, via…di nuovo a piedi!

Ma quanto abbiamo camminato oggi?

Ho una gamba dolorante al massimo. Forse, per uno strappo muscolare. Come se non bastasse, a un certo punto arriva dietro di noi un gruppo di ragazzotti ubriachi che va nella nostra stessa direzione. Non ci diciamo niente, anche se sappiamo entrambe di non essere proprio tranquille.

Siamo due signore âgées , suvvìa, che rischi possiamo correre?

Finalmente, arriviamo al nostro caro alberghetto; percorriamo il lungo corridoio in perfetto “stile Shining” e,  in pochi minuti, siamo pronte per andare a nanna.

Giornata intensa oggi a Chicago!

aiuto!

AIUTO..!

 

Chicago – Joliet

Terzo giorno…

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Cliccare sulla cartina per ingrandire

Oggi Margherita si è alzata particolarmente in forma!

Rapida colazione nella lobby – sedute in bilico su un divanetto – doccia con calma e chiusura valigie. Lasciamo i bagagli in albergo, perché abbiamo ancora qualche ora prima di andare a prendere la nostra macchina da Alamo Rent a Car.

L’appuntamento è fissato per mezzogiorno.

Così decidiamo di fare due passi qui intorno. A pochi isolati dovrebbe esserci il quartiere gay – Boystown – con localini carini e strani. Uno in particolare ci interessa: l’Ann Sather Cafè, un ottimo bar-restaurant, dove la proprietaria – la signora Sather, svedese – prepara dolci squisiti e leccornie varie.

E, allora, via verso la solita fermata dell’autobus 76.

Eccolo che sta arrivando proprio ora, che fortuna!

Peccato che la mia compagna di viaggio si sia appena accesa la terza sigaretta della giornata. Quindi, lasciamo che l’autobus riparta senza di noi e aspettiamo il prossimo. I minuti passano e all’orizzonte non compare nulla. Andiamo a piedi alla fermata successiva…ancora niente! Dopo un po’arriva e finalmente saliamo.

Margherita prova in mille modi a obliterare il biglietto, girandolo da tutte le parti, sotto gli occhi increduli dell’autista che cerca di darle qualche suggerimento. Ma niente, il biglietto non ne vuole sapere di farsi obliterare e l’autista se ne esce dicendo di averle suggerito ben tre possibili chance alternative, senza però ottenere alcun risultato. Prima figura…

La seconda la faremo di lì a poco, quando scopriremo che l’autobus sta andando esattamente nella direzione opposta. Infatti, nel giro di un minuto si ferma al capolinea. Ci tocca tornare dall’autista e chiedergli delucidazioni sul percorso. Lui ci spiega con pazienza la strada giusta (qui sono tutti molto gentili), quindi scendiamo alla fermata indicata e seguiamo le sue indicazioni.

Camminiamo per 10 minuti e dove sbuchiamo?ann-sather

Nella via dietro al nostro albergo che abbiamo lasciato circa un’ora fa…e proprio oggi che le cose da fare sono tante e il tempo stringe!

Il quartiere gay era vicinissimo, se solo avessimo azzeccato la direzione giusta. In realtà, non è nulla di che, ma il locale di Ann Sather è proprio carino.

A Margherita portano una mega-porzione di ciambellone alla cannella, a me una spremuta di pompelmo. Peccato non poterci fermare di più, qui l’atmosfera è davvero particolare.

E’ tardi, ci catapultiamo con la sopraelevata nel “loop” (il vero “cuore” di Chicago) per andare a ritirare la nostra macchina.

Dopo un minuto comincia a piovere fortissimo e la città diventa grigissima.

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Ma eccoci arrivate da Alamo Rent a Car. L’autonoleggio è al piano terreno di un grattacielo, tutto vetrate e acciaio, ci sono alcune persone davanti a noi e aspettiamo.

E’ il nostro turno…la prenotazione dall’Italia risulta, perfetto! Il tipo del bancone ci consiglia di pagare un extra per garantirci il rapido intervento in caso di guasto alla macchina, e così facciamo. Con tutti i nostri documenti e scartoffie (abbiamo entrambe la patente internazionale..!)  salutiamo il ragazzo dell’autonoleggio e, seguendo le sue indicazioni,  ci incamminiamo verso il garage.

Dal suo gabbiotto un signore ci indica la nostra super auto: è una Buick nuova fiammante,  color blu Cina! E’ bellissima, proprio non ce l’aspettavamo, visto che a Milano su Internet avevamo scelto la categoria “extra economy”. In realtà, Buick per noi è un marchio del tutto sconosciuto. Fatto sta che ci piace molto.

Io e la Buick siamo cromaticamente in sintonia

Io e la Buick siamo cromaticamente in sintonia

Così, guidando nel traffico di Chicago (io per il momento siedo dalla parte del passeggero), torniamo in albergo a recuperare i bagagli.

Un po’ ci dispiace lasciare questa splendida città che abbiamo visitato con un ritmo a dir poco forsennato, però l’idea di iniziare il nostro viaggio “on the road” è troppo eccitante…oggi è il grande giorno!  Prima d’imboccare la 66, Margherita però vuole ASSOLUTAMENTE vedere le casette unifamiliari costruite da Frank Lloyd Wright a Oak Park, perchè “tanto è sulla strada….”

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Perfetta per le nostre valigie!

E non solo, c’è un’altra tappa importante che non dobbiamo perderci: tutti i viaggiatori che affrontano la Route non possono non fare una sosta da Lou Mitchell‘s, un ristorante storico dove si va per rifocillarsi con un ricco brunch.

I riti vanno rispettati!

E allora eccoci qui, anche noi…anche se il locale è piuttosto vuoto. Paghiamo il conto e io sbaglio completamente a calcolare la mancia;  la signora della cassa mi guarda malissimo, ma io non me ne accorgo. Questo delle mance, per noi italiani, è davvero un problema!

Siamo di nuovo immerse nel traffico, ma ancora non possiamo lasciare la città senza aver scovato e fotografato il cartello che indica l’inizio della Route (l’inizio per noi…in realtà sull’insegna c’è scritto END). Dovrebbe essere qui vicino,  all’incrocio tra la Michigan e la Adams Av.

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Siamo sulla strada giusta!

A un certo punto ci appare di fronte, ma qui non si può proprio accostare, bisogna continuare a scorrere. E allora la foto dobbiamo farla al volo, dalla macchina. Almeno sappiamo che  per ora siamo sulla strada giusta.

Oh che bello…il nostro road-trip può finalmente cominciare!

Abbiamo il Gps e lo impostiamo su Oak Park…Lloyd Write ci attende.

Che tempismo, stiamo lasciando la città esattamente all’ora di punta e la strada che porta fuori è ultra-congestionata. Perdiamo un sacco di tempo, bloccate in una coda interminabile e per di più siamo sconcertate dal nostro navigatore satellitare che è stato impostato in italiano, ma con un piccolo effetto collaterale: la signorina traduce, è vero, ma traduce PROPRIO TUTTO. O meglio, legge tutto come  un bambino di prima elementare, nomi delle vie in inglese compresi. E’ davvero buffa, ma ci complica parecchio la vita, visto che la toponomastica di Chicago ci è già piuttosto oscura anche con la giusta pronuncia.

Nonostante questo insieme di circostanze sfavorevoli, arriviamo a Oak park, un quartiere residenziale delizioso, anche in questa giornata un po’ uggiosa. Le villette sono originali ed eleganti. Il verde le sommerge, tutt’intorno è pieno di cicale, sembra di essere in un paese mediterraneo sul far della sera. Però, le casette del celebre architetto sono talmente simili a tutte le altre del vicinato che, per riuscire a individuarle, dobbiamo inforcare gli occhiali e consultare con attenzione la nostra guida, nel tentativo di riconoscerne qualcuna.

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Oak Park

Se posso dire la mia, non c’è comunque nulla di così entusiasmante. Mi aspettavo di più…ma la mia compagna di viaggio – per deformazione professionale – deve sempre fare un sopralluogo laddove c’è un qualche contributo di uno dei  grandi dell’architettura.

E’ tardissimo e ormai ce lo scordiamo di rispettare quella che avrebbe dovuto essere la nostra tappa giornaliera, la prima del nostro lungo peregrinare. Figuriamoci…avremmo dovuto fermarci a dormire a Springfield Illinois che da Chicago dista 325 km (202 miglia) e invece siamo ancora nella grande periferia della città. Il problema ora è che da qui è difficile ricollegarci alla 66 e il Gps in questo non ci può aiutare. Risultato: perdiamo ancora un sacco di tempo.

Ma a un tratto, mentre viaggiamo preoccupate su questa specie di autostrada, ci appare magicamente il primo cartello marroncino dell’ Historic Route…WOW che emozione, ma allora non ci siamo perse! Siamo incredule e felici. Historic Route

Lasciare Chicago è quasi impossibile, è come se avesse una calamita che ci trattiene. Giriamo, rigiriamo e siamo sempre qui.

Per fortuna, scopriamo che la nostra macchina – ancora del tutto misteriosa – ha una sorta di bussola incorporata che segnala la direzione in cui si sta andando. Un optional che, anche nei giorni seguenti, si dimostrerà sempre più utile visto che la tendenza a imboccare la strada nella direzione opposta non ci ha mai abbandonato. Sembriamo due “driver” stordite e sprovvedute, ma non è così: la verità è che mancano i cartelli che indicano i nomi delle piccole località e bisogna andare per tentativi.

E’ quasi sera e dobbiamo ridimensionare alla grande il nostro itinerario della giornata. Faremo sosta a Joliet, una cittadina a circa 50 chilometri da Chicago, considerata la “porta” della Route 66. Insomma, una micro tappa, ma accontentiamoci.

I nostri testi – da cui non ci separeremo più – affermano che a Joliet si comincia a percepire la tipica atmosfera d’altri tempi, tipica dei centri che in passato erano luoghi di passaggio ridenti e vivaci e che oggi sono paesi semi abbandonati.

Ed è vero, ma l’impatto è un po’ troppo forte. Le vie sono pressoché vuote, c’è aria di desolazione e mi sento stranita e smarrita. Alcuni edifici sono sbiaditi e scrostati. Non è una bella sensazione. E’ come aver varcato la soglia di un territorio al di fuori di tutto, come essersi di colpo lasciati alle spalle – e per sempre –  uno spazio vivo e familiare .

Ma dove siamo?

D’ora in poi tutti i posti che incontreremo saranno così?

In che cosa ci siamo imbarcate, ce la faremo?

La strada davanti a noi è così lunga…

Di restare a dormire qui non se ne parla: c’è un albergo squallido e triste con la luce al neon verdognola nella hall e, in alternativa, un hotel di lusso annesso al casinò (sì perché – inspiegabilmente – in questo posto c’è un casinò!). E c’è anche un teatro – il Rialto Theatre – sulla via principale, ben conservato e piuttosto bello. Il contrasto è stridente e l’atmosfera generale di questo luogo ci mette a disagio.rialto_building

Ripieghiamo verso un motel Super 8, fuori dal centro abitato, dove chiediamo una camera al primo piano, anche a costo di trascinare le valigie pesanti su per le scale. Ma è la nostra prima notte in un motel e preferiamo evitare che qualcuno ci entri  in stanza dalla finestra che dà sui campi sterminati.

Sappiamo perfettamente che questo sarà il primo Super 8 di una lunga serie.

Joliet – Litchfield

 

Quarto giorno..

 

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 “Forse Joliet, vista di mattina, sarà meno inquietante rispetto a ieri sera…”

 

Rialto

Fatta questa riflessione – dopo una colazione un po’ alternativa e in totale autogestione al motel – decidiamo di rimetterci in macchina e di tornate nella cittadina semi abbandonata. E, in effetti, quando arriviamo  l’impressione è molto diversa: qualcosa oggi si muove, un po’ di vita sembra – forse – esserci. La prima sosta è al Joliet Historical Museum che, in realtà, è ancora chiuso.

All’interno però c’è una signora molto simpatica che ci vede curiosare appiccicate alla vetrata e ci fa entrare lo stesso. A patto, però, che ne visitiamo solo una parte. La grande sala è piena di oggetti,  piccoli e grandi, tutti rigorosamente Anni ’50-’60. Macchine d’epoca, Jukebox, buffi utensili casalinghi e mobili assolutamente bizzarri.

Ci sono anche i Blues Brothers…! Una foto con loro non ce la facciamo scappare.Blues-Brothers La nostra visita culturale, breve e circoscritta, è già bell’ e conclusa.

Siamo di nuovo sulla strada, alla continua ricerca dei cartelli marroni e bianchi, perché il rischio di perdersi è sempre dietro l’angolo. Non è così facile ritrovarli, visto che le deviazioni sono tante.

C’è da chiedersi se la Route 66 esista ancora…o se sia tutta una bufala! La nostra giornata trascorre fotografando vecchie stazioni di benzina, molto ben restaurate ed entrando e uscendo dai vari “Memory shop” che in ogni gasoline station che si rispetti  non possono mancare. Di solito, al bancone si trovano sempre persone un po’ anzianotte, ma molto affabili, che hanno voglia di chiacchierare e raccontare. gas-station

Ad ogni sosta, questi arzilli vecchietti ci chiedono di firmare il loro Visitors Book (dove si scrivono nome, cognome, paese  e commento finale). In un paio di posti abbiamo trovato anche una grande cartina geografica di tutto il mondo, appesa alla parete, dove tante puntine colorate stavano a indicare i luoghi di provenienza dei viaggiatori “on the road”.Stazione benzina

A Wilmington facciamo una piccola sosta lungo la strada perché Margherita vuole fare una foto con la statuona del Gemini Giant.  DSCN2160-(2)

Proseguiamo in direzione Pontiac, famosa per essere la città dei “Murales“. Effettivamente, ce ne sono moltissimi. Ci stiamo piano piano abituando a questi luoghi tranquilli e a queste atmosfere d’altri tempi…è bastato un giorno!

E poi Pontiac è particolarmente carina, la giriamo a piedi in lungo e in largo.

Entriamo nel Museo della Route 66. Non si paga nulla ed è proprio ben strutturato. Una full immersion negli Anni d’Oro degli Stati Uniti. C’è anche un appartamento, con le stanze arredate con ogni più piccolo dettaglio. Bello!

Quando usciamo, facciamo un salto anche nel Museo delle Auto d’Epoca, anche qui è proprio un tuffo nel passato (mi aspetto che da qualche parte sbuchi qualcuno della famiglia Cunningham). Alla fine, per non farci mancare nulla, varchiamo anche la soglia del Memory Shop locale.

Qui conosciamo la proprietaria, un’anziana signora tutto pepe, strana davvero. E’ minuta e secca secca, ma con un’energia esagerata addosso. Parla a una velocità pazzesca, ma si fa capire molto bene e – inspiegabilmente – non ci perdiamo una parola…è  logorroica in modo preoccupante, un flusso inarrestabile. Divertente però! La cosa buffa è che anche quando usciamo dal suo negozio e giriamo per il questo paesotto continuiamo a rincontrarla ad ogni angolo. E così, ogni volta, ci riattacca il bottone!

Difficile liberarsene.Gas station

L’unica è risalire sulla nostra Buick e rimetterci in marcia. Passiamo da una cittadina che si chiama Atlanta; anche qui casette vittoriane di mattoni rossi e atmosfera retrò.

Eccoci a Pontiac. Sembra tutto vero...e invece è un murale!

Eccoci a Pontiac. Sembra tutto vero… e invece è un murale!

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La cittadina di Atlanta

Fra pompe di benzina, musei e negozietti vintage sparsi nelle verdi campagne dell’Illinois si è fatta quasi sera. E come ogni sera, anche oggi siamo in ritardo sulla tabella di marcia. Margherita avrebbe voluto fare una sosta a Springfield Illinois per andare a vedere la tomba di Abraham Lincoln…ma purtroppo manca il tempo. Insisto perché si vada dritte alla meta.

Credo non me l’abbia ancora perdonato…

Vorremmo fermarci prima di  Saint Louis, perché pare che questa città non sia sicurissima la notte per due inesperte viaggiatrici come noi. Il consiglio è arrivato dalla zia Rita (lontana zia di Margherita) che vive a Springfield Missouri: lei si è raccomandata di non andare a dormire PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO a Saint Louis. E così faremo.

Ci immergiamo per un po’ nella nostra “bibbia on the road”  – l’Adventure Handbook – e prendiamo la decisione definitiva: andremo in un paese che ha un nome difficile da memorizzare –Litchfield – a pochi chilometri da San Louis. Li’ c’è uno storico ristorante Anni ’50 che si chiama Ariston Cafè e questa sera – avendo come al solito saltato il pranzo e fatto tanta strada – l’idea di rilassarci in un posto vintage e accogliente ci piace proprio.

Che bello scoprire che questo locale tranquillo e ospitale  – consigliato da tutte le guide – è proprio a due passi dal nostro secondo Super 8!

Cena deliziosa, atmosfera piacevole d’altri tempi e (ciliegina…) proprietario simpatico che, a fine serata, ci invita a farci fare una foto da dietro il bancone.

Cheeeese!!!

Cheeeese!!!

Litchfield – Springfield (Missouri)

 

Quinto giorno…

ItinerarioOggi ci lasceremo l’Illinois alle spalle e sconfineremo nel Missouri…il secondo stato del nostro lungo itinerario.

Siamo pronte per partire.

Molto meno timorose  della notte precedente,  più disinvolte e fataliste, abbiamo dormito in una camera al piano terreno. E chissenefrega dei malintenzionati che scavalcano le finestre…eravamo troppo stanche per fare due rampe di scale.

Sarà una giornata tosta: ci attendono ore e ore di macchina, perché entro stasera dovremo essere per forza a casa della “zia Rita” che ha 90 anni e ci aspetta con ansia. Infatti, è un po’ preoccupata a saperci in giro per l’America da sole, con mete a lei incomprensibili  e itinerari scomodi e semi-sconosciuti. Staremo da lei un paio di giorni. Un po’ di sosta a questo punto ci vuole, visti i chilometri che abbiamo già macinato.

Un tratto di vecchia e consumata Route in Illinois

Un tratto di vecchia e consumata Route in Illinois

Quindi, rieccoci sulla strada.

Comincio a sentirmi a mio agio, nel mio ruolo di “secondo”,  sommersa da cartine, manuali e ogni genere di brochure raccattate qua e là. Io e la mia socia stiamo entrando sempre più nella parte e cominciamo a capire certi meccanismi di questa vecchia strada: per esempio, abbiamo scoperto che la segnaletica indica che si sta percorrendo la 66 anche quando si è solo su un tratto di collegamento che nulla ha a che vedere con la vera Historic Route. Su quello che, invece, dovrebbe corrispondere al tracciato originale ci sono delle deviazioni obbligate  – con tanto di cartello marroncino – che consentono di fare sosta e di vedere le diverse “attrazioni”. Poi, ogni volta, ci si rimette sulla strada principale e via di nuovo, fino alla successiva pompa di benzina, statua gigante, fienile restaurato, cafè vintage e altre amenità d’epoca.

A dire il vero, non proprio tutto è veramente d’epoca…sorge a volte il dubbio che questa rinascita turistica della Route sia solo un bussiness e che alcuni paeselli con poco da offrire in questo senso – ma anche loro rimasti tagliati fuori dall’avvento delle Interstate – si siano inventati delle attrazioni piuttosto assurde e, soprattutto, dell’ultima ora.

Come la Sedia più grande del mondo (?!) che si trova in località Fanning e che abbiamo intravisto senza fermarci. Non lo meritava, anche perché pare che sia stata costruita nel 2008, solo 6 anni fa.

Quanto c’è di vero su questa Route e quanto fa da contorno?

Col tempo impareremo a capirlo.

Un incontro molto carino di oggi è stato quello con Henry che alleva conigli dalle parti di Staunton. Al momento ne ha “soltanto” 14, ma pare che in passato sia riuscito ad ospitarne  fino a 49 (quarantanove!!!). I più belli sono quelli con il pelo fulvo, giganteschi…

Eccone due esemplari

Eccone due esemplari

Anche lui, a fianco della gasoline station, gestisce un piccolo negozietto di ricordi della 66. Anche lui sul bancone ha il librone con le firme dei viaggiatori. Ci racconta della sua grande passione per la Route e per i suoi animali, ci dà preziosi consigli su come affrontare le tappe successive, regalandoci qualche cartolina. Il suo sogno è poter visitare Roma ed è sicuro di realizzarlo un giorno.

“We are sure you will, Henry!” gli auguriamo prima di rimetterci in viaggio.

E ora, concentriamoci sul nostro imminente passaggio nel Missouri…tra poco avvisteremo l’immenso Gateway Arch, la “Porta dell’Ovest”, che ci guiderà da lontano:  poi,  attraverseremo il mitico fiume Mississippi e arriveremo a Saint Louis. Prima di giungere in città vogliamo però vedere un ponte molto famoso e molto “vecchio” (del 1929):  è sufficiente una piccola deviazione in mezzo al nulla ed eccoci qui. L’ Old Chain Bridge è davanti a noi…è bellissimo. E’ completamente in disuso e lo si può percorrere solo a piedi.

Visto che siamo arrivate fin qui, la tentazione di lasciare la macchina e metterci in cammino è forte, ma anche la preoccupazione e la paura non scherzano. Intorno a noi, solo grandi macchie di verde incolto: non c’è anima viva…che facciamo? Giusto qualche foto, purtroppo, perché l’istinto di sopravvivenza questa volta prevale sullo spirito d’avventura…e se qualcuno ci aggredisse e ci portasse via tutto proprio quando siamo a metà del ponte, lungo un chilometro e mezzo?

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All’improvviso…il ponte  si staglia davanti a noi

Nessuno, ma proprio NESSUNO se ne accorgerebbe.

Quindi rassegnamoci e rinunciamo! chain bridge

Ci rimettiamo in macchina, forse riusciremo a fermarci per mangiare un boccone a Saint Louis. Si comincia a intravedere qualcosa da lontano…è l’arco d’acciaio…ma quanto è grande!!! Sembra leggerissimo e incornicia i grattacieli. Oggi il cielo è grigiastro e il Gateway Arch sembra d’argento e non si capisce bene se sia vero o finto…quasi un’ apparizione. Attraversiamo il Mississippi e siamo già ai margini della città.

Eccoci Saint Louis!

Eccoci Saint Louis!

C’è parecchia desolazione intorno, riusciamo ad arrivare abbastanza agevolmente nella zona centrale, parcheggiamo in un garage coperto e a piedi raggiungiamo la grande piazza con il pratone proprio sotto l’arco. Che effetto strano…si potrebbe anche fare l’esperimento – folle – di farsi trasportare da una specie di cabinovia che si arrampica all’interno dell’arco fino alla cima (a 190 metri!) e da lì ammirare il panorama della città. Ma non ci penso proprio!

Come minimo a me verrebbe una crisi di panico a stare chiusa lì dentro e a Margherita non importa granché di avventurarsi fin lassù.

Roba da turisti, e noi siamo viaggiatrici!

Devo dire che Saint Louis non mi entusiasma per niente: è piuttosto anonima, in questa zona ci sono gli alberghi più lussuosi, ma tutt’intorno è triste, pochi negozi e strade deserte. La mia cognatella insiste perché si vada nel quartiere di Old Town Bay , vicino al fiume, dove ricorda di essere stata tanto tempo fa  con la famiglia, quando aveva 14 anni. Dice che è  un posto molto carino, pieno di bar e ristoranti. D’accordo andiamo…ma non ho grandi aspettative.

Invece, mi devo ricredere perché, effettivamente, questa zona ha un suo fascino. E’ vicina alla ferrovia, che è gigantesca, perché qui arrivavano tutti coloro che tentavano l’avventura verso ovest. Ci sono grandi edifici in mattoni rossi restaurati, probabilmente vecchi magazzini.  Qua e là localini di genere vario, non male!

Il Mississippi è davanti a noi: color tortora e immobile, con qualche barcone –  finto vintage – da cui arrivano le note di una musica blues.

Vecchio barcone sul Mississippi

Vecchio barcone sul Mississippi

Trovo che anche questo sia un po’ triste, ma forse sarà anche colpa della giornata uggiosa. Per consolarci, decidiamo di andare a mangiare e scegliamo un locale abbastanza particolare, se non altro per la posizione, proprio vicinissimo al fiume.

Saint-louis

Il ricordo più bello

Oggi facciamo le americane: hamburger, patatine e birrona. Chissà che sonno ci piomberà addosso nel pomeriggio…

Prima che questo succeda, andiamo a recuperare la macchina al garage.

Via, questa città non mi è piaciuta, ho voglia di lasciarmela alle spalle. Non sarà così facile, perché come al solito uscire dai grandi centri abitati da queste parti è complicato, ma dopo vari tentativi siamo di nuovo sulla nostra amata Route.

Abbiamo ancora tanti chilometri prima di arrivare a Springfield e non possiamo fermarci più.

Tranne che a Lebanon dove c’è un motel storico – il Morger Moss Motel – consigliato da tutte le guide. Ci sarebbe piaciuto dormire qui una notte, ma siamo ormai a meno di un’ora dalla casa della zia Rita che ci attende a braccia aperte (e che ogni mezz’ora ci chiama per sapere dove siamo, senza capacitarsi del motivo per cui ci si metta così tanto a fare poche miglia).

Al Morger Moss Motel c’imbattiamo nella proprietaria, non proprio simpaticissima: Margherita scatta una foto al suo “memory shop” (come ha sempre fatto altrove!) e la signora la assale, dicendole che è molto maleducata per non aver chiesto il permesso. Può anche aver ragione, ma c’è modo e modo.. Ci scusiamo a più non posso e andiamo via.

Motivo in più per non avere rimpianti.

Certo che il posto meritava…e poi con questa luce azzurrina della sera e queste insegne luminose che si riflettono sull’asfalto bagnato…

Proprio carino…

 

Proprio carino...

Pazienza!

Comunque, sono felice di arrivare a Springfield stasera. Domani avremo un giorno tutto per noi, senza Route. Faremo finta di essere due “ragazze” made in Usa che vivono nella loro casetta bianca, con il verde e il vialetto davanti, con un gigantesco garage e un backyard pieno di fiori.

Una casetta che si confonde, fino quasi a scomparire, fra le tante piccole casette bianche;  in un neighbourhood come ce ne sono a migliaia… negli Stati Uniti d’America!

backyard-rita

Casa Rita

 

 

Un po’ di riposo…

 

Sesto giorno…

 

Che bello arrivare dalla zia Rita ieri sera!

Lei è la più anziana “cugina americana ” di Margherita. E’ figlia di una zia di mio suocero  che  – nei primi del Novecento – con i  fratelli e i genitori emigrò nella Grande America a cercar fortuna. L’unico a non partire – perché all’epoca era ancora troppo giovane – fu invece il papà di mio suocero che rimase in Piemonte a casa dei nonni. Ecco perché oggi  ci sono così tanti i cugini sparsi negli Stati Uniti!

Ma  torniamo alla nostra serata a Springfield!

Nonostante fossero le otto di sera, Rita  non aveva messo nulla in tavola. Così, ha preferito portarci – di nuovo in macchina… – in un ristorante vicino a casa, dove abbiamo mangiato una serie di insalate miste (io con le fragole!).

Poi, a nanna nel suo Queen bed, che gentilmente ci ha ceduto (altissimo e pieno zeppo di cuscini come si usa negli States). Abbiamo dormito proprio bene.

Che bello : oggi lasceremo tutto il giorno la nostra cara e amata Buick parcheggiata nel vialetto qui di fronte – è vietato guidare! – e sarà Rita a scarrozzarci a destra e a manca perché, nonostante l’età e la deambulazione un po’ difficoltosa, in macchina si muove disinvolta e serena.Spirngfield1

Ecco il nostro programma: visita al centro di Springfield, un “downtown bellissimo” a detta sua. Vedremo!

springfield2Sarà perché noi italiani siamo abituati a ben altro, ma questo centro storico (?!) mi sembra inesistente, con quattro vie anonime che confluiscono in un piazza piena di edifici insignificanti. C’è un cinema, forse anche un teatro, un grande magazzino e qualche bar-ristorante.

Fine del downtown!

La cosa carina è che, proprio oggi, qui si svolge una specie di festa celebrativa, dedicata alla Route 66 (ma guarda un po, che novità…) e le strade sono invase da auto d’epoca.  Questo è un segno del destino…la Route ci viene a scovare anche quando abbiamo deciso di fermarci per una sosta.

C’è un sacco di gente in giro, ci sediamo a un tavolino proprio sulla piazza e mangiamo una specie di antipasto, uno in tre è già più che abbondante. Lasciamo la zia seduta a riposarsi un po’ e noi andiamo in perlustrazione qui attorno.

Le due Marghe-Rite!

Le due Marghe-Rite!

Nel pomeriggio, eccoci di nuovo in macchina. Abbiamo una meta specifica: un negozio PAZZESCO (sapevamo già, dalla lettura dei nostri diari, che sarebbe stato piuttosto folle…ma non pensavamo fino a questo punto). Si chiama BassPro Shop ed è un immenso centro dedicato alla caccia e alla pesca, ma anche al campeggio, all’abbigliamento sportivo e a generi di sopravvivenza vari.

Abbiamo una missione da compiere: comprare una borsa termica per il ghiaccio, l’acqua, la frutta e lo yogurt da portare con noi quando attraverseremo…il DESERTO!

Il BassPro Shop è un mondo…è la rappresentazione di un luogo geografico  inesistente su questa terra…una specie di “giungla di montagna” con cascate, torrenti, alberi altissimi, cervi, orsi coccodrilli e tartarughe. E’ stracolmo di gente con carrelloni spropositati pieni di qualunque cosa. A noi serve solo una borsa termica, neanche troppo grande.

Ma dove la troveremo, nel mezzo di questa foresta amazzonica? Basspro Salutiamo la zia Rita che si è seduta su una panchina, di fronte a un bellissimo acquario, perché – poverina – è stanca di camminare.

Giriamo a vuoto diverse sale, scendiamo, saliamo, attraversiamo…cerchiamo ovunque, ma il reparto delle borse termiche sembra non esistere. Scopriamo che in inglese questo articolo si chiama COOLER e non icebag, come pensavo.

Finalmente, entriamo nel reparto giusto ed eccola là ! E’una bellissima borsa verde militare, piccola ma capiente. E’ nostra, ora possiamo tornare a recuperare la zia Rita.

La ritroviamo esattamente dove l’avevamo lasciata, ma nel frattempo ha fatto amicizia e sta chiacchierando con un signore brizzolato seduto a fianco. Naturalmente, gli ha già raccontato che è arrivata qui con due cugine italiane che hanno deciso di viaggiare sulla 66 e di arrivare fino a Los Angeles. Il signore è molto interessato e comincia a farci un sacco di domande. Ci sentiamo davvero avventurose e impavide; la nostra vacanza è un eccitante argomento di conversazione!

Tornando a casa, ci fermiamo a comprare la frutta e l’acqua – 12 bottigliette – perché dobbiamo avere una bella scorta,  così da non acquistare nelle vicinanze del Grand Canyon, dove pare tutto costi molto di più. Rita continua a ripeterlo e sembra davvero preoccupata, anche se da qui al Grand Canyon mancano ancora TRE STATI.

Finalmente, varchiamo la soglia di casa…i centri commerciali mi frastornano!

Rita sparpaglia sul tappeto del salotto un numero imprecisato di cartine stradali e guide di viaggio, poi ne raggruppa alcune e ci dice di portarle con noi perché potrebbero tornarci utili. Grazie mille…ora il materiale di sicuro non ci manca.

Stasera cuciniamo noi: riso con piselli. La zia vorrebbe che cenassimo bevendo una specie di vino bianco con retrogusto di cioccolato al latte.

Proposta che non è possibile prendere in considerazione.

cucinaRita

Springfield (Mo) – Tulsa

 

Settimo giorno…

 

 

Itinerario

 

Stamattina ci siamo alzate troppo tardi e ora ci toccherà fare tutto di fretta. Raccogliamo i nostri bagagli e i vari souvenir che Rita ci ha regalato (io porto con me un bellissimo scalda-collo fatto a mano, color verde acqua, che sfoggerò quest’inverno!); carichiamo la macchina ed è già ora di salutarci.

“Good-bye and see you soon in Italy”, con qualche lacrimuccia, naturalmente, perché la zia è stata davvero carina con noi e perché è la cugina più anziana della famiglia e ci si incontra solo ogni due o tre anni (di solito è lei che prende un aereo  e viene a Milano!).

Ci fa mille raccomandazioni, ci indica la strada per la gas station più vicina, si accerta che abbiamo preso le 12 bottigliette d’acqua e la borsa termica per il deserto e via…si parte!

Siamo di nuovo sulla 66 che, questa volta, troviamo con facilità.

Non c’è traffico – oggi è domenica – e il paesaggio è bello, verde e collinoso.

Ci fermiamo sul ciglio della strada, davanti all’ennesima pompa di benzina, tanto per fare una foto. Poco più in là, c’è una specie di garage con un paio di macchine d’epoca parcheggiate fuori.

Gary station

 

Intravediamo un  signore anziano dai modi piuttosto briosi che sta intrattenendo una copia di ragazzi, forse spagnoli. Cammina verso di noi e ci chiede da dove veniamo, come ci chiamiamo e altre cose così.

E’ molto simpatico, ha una bella verve e ci accompagna a fare le foto nel suo garage, piuttosto divertente. Poi, c’invita a fare un giro nel suo negozietto di ricordi e a firmare il solito “visitors book”. Comincia a raccontarci mille storie sulla Route, ci consiglia tanti luoghi da visitare lungo la strada e posti dove dormire e mangiare. Ci regala cartoline in bianco e nero autografate, brochure e biglietti da visita di amici che gestiscono motel “d’epoca” e ristoranti.2013-08-11 20.11.06

garage bis

garage

 

Questo esuberante signore – sicuramente molto più energico di noi due messe insieme – si chiama Gary e una foto insieme a lui è assolutamente d’obbligo, così come l’acquisto di un bel libro di fotografie che mostra tutto quanto c’è da vedere lungo la strada…con la sua dedica, “of course”!

Margherita e Gary

Margherita e Gary

Ci rimettiamo in viaggio.

Siamo ormai sull’ultimo tratto di Route che attraversa il Missouri e, tra non  molto, varcheremo il confine con il Kansas, dove la 66 percorre solo pochi chilometri, nell’estremo angolo a sud-est di questo stato,  costeggiando tre cittadine quasi del tutto disabitate: Galena, Riverton e Baxter Springs. Sono solo un gruppo di case allineate lungo la strada: piccoli paesi un tempo importanti centri minerari.

passando da Baxter-Springs

Passando da Baxter-Springs

Dei famosi girasoli – il Kansas è noto per essere pieno di “sunflowers” – neanche l’ombra.

Ed ecco che entriamo già in Oklahoma! Questo è lo State con il più lungo tratto di route. Cominciano le praterie a perdita d’occhio, qui il paesaggio cambia tantissimo.

Sopra la nostra testa ci sono nuvole minacciose che non ci abbandoneranno per tutto il giorno. Ogni tanto piove. Per forza l’erba ha questo verde così intenso e brillante…

Il primo centro abitato che incontriamo si chiama Miami, nulla a che vedere con la capitale della Florida. Qui la pronunciano MAIAMU, perché questo paese è stato fondato da una tribù indiana istallatasi molto tempo fa in questa zona. Ci fermiamo a fare una foto al Coleman Theatre e alla sua imponente e raffinata facciata. Miami è praticamente deserta (Joliet, in confronto, era una dinamica e allegra cittadina): i negozi sulla via principale sono chiusi, polverosi e senza insegne. La presenza di questo teatro così importante è stridente, ma la dice lunga sul felice passato di questo luogo.

La deserta Miami

La deserta Miami

Ci rimettiamo in viaggio e attraversiamo altre cittadine e minuscoli paesini –  Narcissa, Afton, Vinita – separati da lunghi tratti di strada dove passa una macchina ogni tanto (noi, comunque, continuiamo a snobbare le Interstate…) Incontriamo diversi motel vintage con insegne molto belle e li fotografiamo.

Ho l’impressione che qui, in Oklahoma, le  attrazioni della 66 non siano valorizzate come in Illinois e in Missouri. I cartelli dell’Historic Route non ti guidano più di tanto. Quindi, tutto ciò che non è direttamente visibile dalla strada bisogna andarselo a cercare da soli, seguendo le indicazioni e i consigli dei nostri inseparabili libroni. Perdo un po’ d’entusiamo – sarà anche la stanchezza – e mi concentro sul paesaggio che, invece, è proprio riposante con questo verde acceso e ondulato fino all’orizzonte. Qua e là, mandrie di mucche con il pelo scurissimo, quasi nere (mai viste prima!), balle di fieno sparpagliate e qualche cavallo.

Proseguiamo verso Chelsea e passiamo sotto un vecchio ponte di ferro (affascinante…). Ora siamo su un pezzo di 66 originaria, che emozione!Ponte di ferro

Poi, attraversiamo Fonyl e Charemore. Altri motel retrò…In realtà, ci sarebbe da vedere molto di più: un parco di totem a Fonyl e diversi musei a tema a Charemore. Ma come si fa? Oggi abbiamo fatto una tappa così lunga e il tempo, come al solito, non ci basta. Dobbiamo arrivare a Tulsa entro sera.

Ultimo stop – giusto per uno scatto che divertirà i ragazzi a casa – a Catoosa dove c’è una grande balena azzurra con la bocca spalancata dove si può anche entrare.

Che bambini questi americani…certo che anche noi!!!Balena a Catoosa

Sono già le 20.30 quando finalmente raggiungiamo Tulsa.

Solita entrata in città attraverso un’interminabile area commerciale uguale a mille altre. Tulsa ancora non si vede all’orizzonte. Eppure dovremmo esserci…

Stasera decidiamo di sganciarci dalle anonime e scontate catene di motel, perchè vogliamo sperimentare qualcosa di più avventuroso e autentico, in linea con lo spirito della 66.

Così arriviamo davanti al Desert Hills Hotel. Carino, ma stando alle guide pensavamo a qualcosa di più originale. Comunque, ci fermeremo qui per la notte. Siamo un po’ titubanti, a dire il vero. Il fatto è che questi motel sono sempre lontani dal centro e troppo sulla strada, alla portata di “qualunque malintenzionato”.

A far lievitare la mia ansia ci pensa Margherita che mi fa notare un gruppo di ragazzotti, già mezzi ubriachi, seduti a pochi metri dalla nostra camera.

Risultato?

Notte estremamente agitata, nonostante la poltroncina che abbiamo incastrato alla maniglia per bloccare, dall’interno, la porta.

Deser Hills Motel

 

 

Tulsa – Clinton

 

Ottavo giorno…

 

Itinerario

 

 

A Tulsa la colazione bisogna farla fuori dal motel.

La signora indiana che sta alla reception ci consiglia un posto a un paio di isolati di distanza. Risaliamo il marciapiede e scopriamo che è il Tally’s Café, lo stesso in cui abbiamo cenato la sera prima. Stamattina sembra più carino, ieri sera era triste e mezzo vuoto, oggi c’è un po’ più di movimento. Gli americano mangiano tutti eggs and bacon, noi prendiamo una specie di pancake gigantesco con la panna montata e le fragole. Una porzione divisa in due è già fin troppo abbondante. Il tutto è accompagnato dalla solita tazzona di caffé stra-annacquato.

Visto che ieri sera – tanto per cambiare – siamo arrivate molto tardi al motel e ci siamo fermate all’estrema periferia della città, decidiamo di fare un giretto per visitare il downton dove sembra ci siano degli edifici in stile Liberty.

Lasciamo la macchina e facciamo quattro passi a piedi, giusto per renderci subito conto che di Liberty qui non c’è quasi nulla. Come al solito, quello che più mi lascia allibita sono queste vie vuote: siamo in pieno centro, nella seconda maggiore città dell’Oklahoma con quasi 400 mila abitanti, tra grattacieli, banche e negozi vari, ma in giro non c’è anima viva.

Tulsa downtown

Tulsa downtown

Provo la mia solita sensazione di smarrimento con cui convivo ormai da un po’. Mi succede sia quando attraversiamo in macchina le sterminate aree commerciali che si espandono a macchia d’olio intorno alle città, sia quando ci avviciniamo alle zone più centrali, quelle con edifici luccicanti e svettanti in vetro e acciaio e ci accorgiamo ogni volta che non è lì che la gente vive e girovaga.

E dove allora?

Ormai,  siamo viaggiatrici on the road, stiamo bene solo quando siamo in transito. Non vediamo l’ora di riprendere la nostra Route, lasciandoci questa domanda senza risposta alle spalle. E’ il solito susseguirsi di paesini: Sapulpa, Stroud, Chandler. Passiamo, ancora una volta, tra vetusti motel, cafè pittoreschi e distributori restaurati. Ma non ci fermiamo.

Ad Arcadia, invece, decidiamo di fare una sosta, perché qui c’è il Round Barn, un vecchio ed enorme fienile circolare, ristrutturato e sovrastato da una grande cupola di legno.

Round Bard

Round Bard

Così, varchiamo la porta, al piano terra, del museo-negozio che è proprio bello e ben organizzato. Ecco che anche qui ci viene incontro una signora sui settanta, gentile e sorridente, per darci subito qualche informazione su questo strano posto. C’invita a salire al piano superiore, dove il vecchio fienile è stato trasformato in una “originale ” sala da ballo.

Ad accompagnarci sulla scala è Mr Sam, 87 anni, abbigliamento in stile cow-boy e verve da grande comunicatore. Ci racconta la storia del fienile e il successo che da tempo questa enorme stanza rotonda sta riscuotendo come spazio per feste danzanti.

All’improvviso, decide che è giunto il momento di insegnarci a ballare una danza country locale.

Io – rannicchiata su una panca – cerco di smaterializzarmi. Margherita viene subito tirata in pista…scattano al volo le foto che questa sera, appena raggiungeremo un albergo con il wi-fi, partiranno veloci ai quattro angoli del pianeta!

Ecco un’altra bella persona conosciuta, per caso, lungo la Route!

Finite le danze, prima di riprendere il nostro viaggio, incappiamo in una piccola comitiva di italiani – e te pareva! – che sta facendo lo stesso nostro giro, ma al contrario: sono partiti da Los Angeles e vanno a Chicago: boh! trovo che sia un po’ triste…meglio andare verso west come facevano i pionieri e gli avventurieri in cerca di fortuna. Che senso ha andare da ovest a est?Sam-e-Mita

Sorrido, pensando a quanto siamo sognatori e fuori tempo noi della nostra generazione. Uno si aspetta di viaggiare sulla 66 e  di incontrare – come ha visto nei film – solo motociclisti aitanti e alternativi, o  giù di lì. Invece, trova solo vecchi nostalgici, diversamente giovani, che fanno finta di rivivere un mito che, tutto sommato, non gli appartiene più di tanto.

Del resto, anche noi siamo qui…

Si riparte – good-bye Mr Sam! – la nostra prossima meta è Oklahoma City, dove vogliamo vedere il National Memorial realizzato dopo il tremendo attentato del 19 aprile 1995.

Oklahoma City

Oklahoma City

Al posto dell’edificio federale di 9 piani – completamente distrutto una mattina di 19 anni fa dallo scoppio delle bombe – oggi ci sono due altissimi muri neri, uno di fronte all’altro, molto distanti fra loro.

Sul primo si legge – 9.01 – e sul secondo – 9.03

Due minuti lunghissimi, terribili e definitivi. In mezzo un lungo specchio d’acqua rettangolare che sottolinea – attimo per attimo – il lento scorrere di questo arco di tempo, apparentemente così breve. Lo specchio d’acqua diventa una sorta di palcoscenico, perché sul grande prato davanti, in leggera pendenza ci sono tantissime sedie vuote, una per ogni vittima dell’attentato.

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Ci sono sedie grandi e sedie piccole (i bambini…), alcune sono raggruppate, altre isolate, distanti tra loro.

Dal punto di vista emotivo, per me l’impatto è stato violentissimo. Le sedie stanno lì immobili, ma è come se parlassero: dicono tutto quello che queste persone direbbero se fossero ancora in vita. Tutto quello che c’è da dire e da mostrare perché eventi così inconcepibili e drammatici non possano più essere dimenticati.

Proprio come NON succede da noi.

Gli americani reagiscono così alle lacerazioni e ai gravi affronti. E fanno bene.

Ritorno al parcheggio con tanti pensieri in testa.

Il National Memorial mi ha sconvolto, ma mi è anche piaciuto molto e sono contenta di averlo visto. Sarei già soddisfatta così, ma Margherita insiste perché prima di lasciare Oklahoma City si faccia un salto nel quartiere degli artisti – La Paseo – in un’area della città dove sono stati recuperati alcuni vecchi magazzini e depositi inutilizzati.

Il quartiere è un po’ troppo fuori mano e io storco il naso.

Quando arriviamo però ammetto di essermi sbagliata, perché il posto è proprio grazioso: allegro, colorato, con gallerie d’arte, negozietti etnici e vintage e tanti localini interessanti.

Seduta, in attesa del caffé

Seduta, in attesa del caffé

Uno in particolare, dove ci sediamo fuori sotto l’ombrellone a bere un VERO caffé, servito da una ragazzo simpatico e anche di bell’aspetto.

Edifici a La Paseo

Edifici a La Paseo

Qui c’è una gran musica – James Brown, Earth Wind and Fire e altra roba molto funky – che mi mette proprio di buon umore.

Ci voleva!

Via di nuovo…stasera dormiremo a Clinton.

Lungo la 66 ci imbattiamo in un vecchio ponte di ferro. Finalmente, perché tanti altri che i nostri libroni riportavano ce li siamo persi.

Però, chissà come, a un certo punto sbagliamo strada e ci ritroviamo su un lungolago. Bello certamente, ma dobbiamo comunque tornare indietro.Ponte di ferro

Yucon, El Reno, Hydro e poi…eccoci arrivati a Clinton!

Come al solito sono le otto di sera passate e dobbiamo ancora trovarci un motel. Oggi proveremo una nuova catena: il Ramada Inn.

Un po’ più pulito del Super 8, ma neanche tanto.

Ottima, invece, la cena: alla Steak House Montana Mike’s che è proprio lì a due passi.

Montana Mike's

Clinton – Amarillo

 

Nono giorno…

 

Itinerario

 

Niente colazione neanche al Ramada Inn. Così, ci accontentiamo del bollitore in dotazione e del Nescafè di Margherita. Come accompagnamento, le fette di cinnamon bread comprate a Springfield con Rita. Il nostro stile di vita diventa, di giorno in giorno, sempre più spartano.

E la nuova giornata ha inizio. Pronti via! Giusto di fronte al motel c’è il Museo della Route 66 dell’Oklahoma.

Questa volta ci toccherà pagare il biglietto d’ingresso, ma ne vale la pena perché si tratta di un museo molto diverso dagli altri già visti. Infatti, racconta molto di più sulle origine della Madre di tutte le strade. E’ grandissimo.

Un po' di relax

Un po’ di relax…PSICHEDELICO!

Alla fine del lungo percorso, troviamo anche un gigantesco pannello che spiega, in tutti i dettagli, com’è nata l’Associazione dei Sostenitori e Promotori della Route. Ci sono le foto dei fondatori e di coloro che si sono uniti al gruppo nel corso del tempo.

Ad un tratto, ecco che ci cade l’occhio su una fotografia del “nostro amico”  Gary e, poco più in là, c’è anche quella della proprietaria del Morgen Moss Motel.

Incredibile! Sembra di far parte di una grande famiglia; è come un cerchio che si chiude. Anche se gli States sono immensi,  la sensazione è che la Route leghi tutto insieme.

E’ ora di lasciare anche Clinton; oggi passeremo il confine con il Texas.

La prossima tappa, davanti a noi, è Elk City: qui andremo a visitare un museo all’aperto (oggi è la giornata dei musei!), dove pare sia stato interamente ricostruito un villaggio dell’epoca dei pionieri. Nonostante sia completamente finto, questo piccolo nucleo abitativo – con la chiesetta, il Comune, la prigione e i vari negozi – ha un suo fascino. Infatti, lo perlustriamo in lungo e in largo, continuando a scattare fotografie.

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Poi, di nuovo sulla strada! Il Texas è sempre più vicino…

Stando a quanto dice la nostra mappa dell’Oklahoma, prima del confine dovrebbe esserci una minuscola cittadina-fantasma che si chiama Texola. Non vorremmo perdercela, perché questi posti così desolati – che fino a pochi giorni fa ci spaventavano – adesso li troviamo bellissimi e suggestivi.

E invece – ACCIDENTI! – ce la perdiamo.

Ma forse Texola era solo un misero agglomerato di due o tre case mezze diroccate…chissà!

Infatti, pochi minuti dopo ci troviamo davanti al grande cartello verde che segna il confine di Stato. Anche il colore della strada cambia, da grigio a rossiccio.

Confine Texas

Il Texas, immenso e completamente piatto, è davanti a noi.

Prima sosta, rapidissima, a Shamrock per vedere l’ennesima gasoline station (Magnolia) e per ammirare (?) la Torre dell’Acqua più alta del Texas. A noi è sembrata uguale a tutte le altre in cui ci siamo imbattute.Magnolia Gas Station

 

Ripartiamo per la prossima meta: la cittadina di Mc Lean, dove ci sarebbe da visitare un altro museo della Route che volentieri by-passiamo. Parcheggiamo invece di fianco a una stazione della Philips 66, molto ben restaurata, che risale agli Anni Venti.

Che vita a Mc Lean!

Che vita a Mc Lean!

Proseguiamo verso Alanreed.

Qui inizierà la parte più avventurosa del viaggio odierno, perché la nostra mappa indica che tra poco la Route si farà sempre più accidentata, fino a trasformarsi in una strada sterrata.

Per la precisione, citando il nostro manuale, diventerà “una stretta striscia di asfalto malmesso dove la natura, a poco a poco, prenderà il sopravvento.

Preoccupate?

Non abbastanza.

E chi c’è alla guida in questo momento?

Naturalmente, io!

Ma sono contenta di accettare questa sfida. Solo che, poco dopo, realizziamo che (oltre alla terra e all’erba che hanno invaso completamente quello che rimane della strada) ci sono anche delle pozze d’acqua, che si fanno via via sempre più larghe, e fango dappertutto.

Vado avanti impavida, ma non troppo convinta, fino a quando decido di fermarmi. Credo sia il caso di fare marcia indietro.

Margherita invece non si arrende e prende il volante. Ok, andiamo avanti…

Non per molto, in verità perché all’improvviso quel poco di tracciato che ancora si riusciva a intravedere sparisce del tutto e, davanti a noi, c’è solo un grande prato, completamente sommerso da una specie di palude.

Route sterrata1Route sterrata3Route sterrata2

 

Il dietro-front è inevitabile.

Però, che SODDISFAZIONE!!!

Così, ci tocca ripiegare sull’Interstate, ma solo per un breve tratto, perché dobbiamo uscire quasi subito in un posto che si chiama Groom, dove dicono ci sia la più grande croce dell’EMISFERO BOREALE (!!)

Ma perché proprio a Groom, paesello di 4 anime “in the middle of nowhere‘”

La croce è, effettivamente, immensa, anzi spropositata; bianca e freddissima. Così massiccia, e in realtà piuttosto brutta, si staglia su questo cielo  più turchese che mai.Croce a Groom

Ma non c’è solo la croce: ci sono statue di santi, una specie di Ultima Cena con solo sei apostoli e una Via Crucis.

Continuiamo a chiederci: ma perché proprio qui, a Groom? Evidentemente, in questa zona deve essere successo in passato qualcosa di importante dal punto di vista religioso. Il nostro libro che sa tutto, però non ne parla. Avremo modo di approfondire diversamente…

Ripartiamo in direzione Amarillo, dove passeremo la notte.

Dormiremo, questa volta, in un coloratissimo motel stile western – un posto carino e accogliente, finalmente! – e mangeremo nell’omonima steak House (“Big Texan Steak Ranch”).

Qui, sbaglierò completamente l’ordinazione e – per evitare il solito bisteccone – prenderò un antipasto misto di fritti di genere vario.

Forse TROPPO vario: ci saranno infatti anche le “Mountain Oysters” di cui più tardi capirò la vera origine (e solo grazie a un dettagliato disegnino della cameriera travestita da cow-girl).

Fatta questa interessante  scoperta, lascerò OVVIAMENTE  il tutto da parte (vedere il link per credere…)

 

Amarillo-Tucumcari

 

 Decimo giorno…

 

Itinerario

 

Eccoci di nuovo in pista!

Salutiamo il nostro motel western multicolor e puntiamo verso il downtown di Amarillo, alla scoperta di un quartiere vintage, dove dovrebbero esserci negozietti di artigianato artistico, localini trendy e cose così.

Stessa sensazione provata a Tulsa: il centro ruota attorno a quattro vie con grattacieli e imponenti palazzi, ma “la vita è altrove”.

Perdiamo subito le speranze e, dopo aver girato a piedi 10 minuti, ci rimettiamo in macchina. Ma proprio quando siamo sul punto di darci per vinte, ecco che lungo la strada  compare un susseguirsi di edifici bassi dalle tinte pastello, con piccole botteghe, ristorantini e cafè.

Ci fermiamo, fiduciose di trovare un vero espresso ed entriamo in un locale stranissimo, affascinante e inquietante. L’atmosfera, decisamente dark, rispecchia fedelmente il look – e probabilmente anche la personalità – della giovane proprietaria: una ragazza multi-tatuata, con i capelli nero corvino che sta parecchio sulle sue e abbozza un mesto sorriso solo quando ci porge il caffè. Buono, però!Caffé Amarillo Lasciamo quindi Amarillo alla volta di Cadillac Ranch per vedere le famose macchine con il muso conficcato a terra che si possono colorare e decorare con le bombolette spray. Arriviamo in una landa desolata sulla quale si stagliano, all’orizzonte, le carcasse oblique delle cadillac a testa in giù.

Ma dove siamo?

Ma dove siamo?

Per terra c’è un tappeto di bombolette mezze usate, sembra quasi una piccola discarica. Ne cerco una per lasciare un

E, soprattutto, come hanno fatto a metterle così?

E, soprattutto, come hanno fatto a metterle così?

mio micro-contributo artistico (?!), ma sono tutte state prosciugate. Neanche uno spruzzino…

Non importa, qui c’è troppa gente e non ha alcun senso rimanere a lungo. Quindi, ce ne andiamo!2013-08-14 19.19.41 Il nostro programma di oggi è molto più interessante: abbiamo davanti a noi una meta importantissima che segna il punto centrale della Route: Adrian.

Arrivate là, saremo esattamente a metà strada: a 1139 miglia da Los Angeles e a 1139 miglia da Chicago…che emozione!!! 036 Ci sarà un preciso rito da rispettare: innanzitutto ci faremo una foto sotto il famoso cartello che indica il Midpoint.

Et voila!

Et voila!

Poi, per celebrare il raggiungimento del traguardo, varcheremo la soglia dello storico Midpoint Cafè, dove la proprietaria super affabile offre ai suoi clienti un’ampia scelta di torte “brutte ma buone” e rigorosamente fatte in casa.

Che posticino grazioso...

Che posticino grazioso…

Quella che prendo io- l’apple pie – è squisita e un po’ tiepidina. Proprio quello che ci voleva! Anche perché l’orario del pranzo è passato ormai da un pezzo.

 

Ce le meritiamo, o no?

Ce le meritiamo…o no?

Peccato ripartire…

Nello stesso tempo, non vediamo l’ora di riprendere il viaggio perché,  tra pochi chilometri, varcheremo  un nuovo confine ed entreremo nel New Mexico “The Land of Enchantment”. New Mexico

Siamo obbligate a imboccare l’ Interstate: abbiamo davanti a noi ancora molta strada e su questa tratta di Route non ci sono molte località attraenti per cui valga la pena di fermarsi.

A parte Tucumcari.

Qui usciamo: c’è un motel della 66 di cui tutti parlano molto bene (il nostro amico Gary era stato il primo a consigliarcelo) e siamo curiose di vedere com’è. Si chiama “Blue Swallow Motel“. In verità ci sarebbe piaciuto molto passarci la notte, ma sono solo le quattro del pomeriggio e siamo ancora troppo indietro rispetto alla nostra tappa giornaliera.

Entriamo nella lobby e ci guardiamo intorno: magliette con il logo, cartoline, biglietti d’auguri. Facciamo un giro fra i vari gadget e intanto tendiamo l’orecchio verso il proprietario che – in piedi dietro al bancone – sta dando informazioni a una coppia di ragazzi che hanno appena preso una stanza. Questo distinto signore parla un inglese quasi british e dopo aver convissuto per qualche giorno con ben altri accenti (soprattutto in Texas e Oklahoma) questa è davvero una grande sorpresa. Capiamo ogni singola parola, è incredibile!

Blue Svallow Motel

Blue Swallow Motel

Sappiamo che è molto difficile trovare posto qui, perché ci sono solo 14 stanze. Tutti, lungo la strada, ci hanno consigliato di telefonare almeno un giorno prima per prenotare. Siamo davvero tentate: se la stanza c’è,  è un segno del destino…

Spieghiamo a questo gentilissimo signore – Kevin è il suo nome – che ci dispiace molto non poter restare, ma che purtroppo il nostro programma di oggi prevede di arrivare almeno a Santa Rosa.

Lui non si scompone e c’invita ad andare a vedere l’unica stanza doppia rimasta (se questo non è un segno…) A questo punto accettiamo e naturalmente la camera è bellissima, pulita e curata e il contesto intorno – ci sono anche i garage con i murales – davvero delizioso.

Chiediamo dieci minuti di consulto, ma dopo 30 secondi abbiamo già deciso: la prendiamo!

Abbiamo proprio bisogno di un pomeriggio di sosta per leggere, scrivere il diario come si deve, schiarirci le idee, riposarci e sentirci a nostro agio in un posto accogliente e già per noi familiare.2013-08-17 03.57.36

Usciamo poco prima di sera.

Qualche foto a un tramonto stupefacente – che sembra non finire mai – ed è già ora di cena.IMG_4066

Oggi si passa a un menu completamente diverso: su consiglio del nostro nuovo amico Kevin ci spingiamo lungo la via principale fino al ristorante messicano.

Tacos con salsa piccante, fajitas ed enchilada.

Il tutto, preceduto da un margarita alla fragola e una tequila.

Poi, dritte (più o meno…) e filate a nanna!

Blue Svallow Motel

Buonanotte!

Tucumcari – Santa Fe

 

 

Undicesimo giorno…

 

Itinerario

Qui nel New Mexico c’è una luce meravigliosa!

Ieri il tramonto è stato uno spettacolo: il sole era quasi sceso all’orizzonte ma ancora luminosissimo. Il cielo è turchese intenso, l’aria frizzante e tersa.

Nel corso della giornata scopriremo – sempre perché la nostra vacanza “on the road” non ha nulla di scientificamente programmato – di essere su un altopiano di circa 1200 metri di altezza. Questo spiega tutto…o quasi.

Non l’incredibile arcobaleno che questa mattina presto occupava tutto il cielo.

IMG_4068

Avevo visto una foto sulla brochure del motel che mostrava l’insegna incorniciata da uno splendido arcobaleno; d’istinto, ho pensato a un’immagine rimaneggiata, studiata ad hoc per fare colpo.

E invece no, a Tucumcari gli arcobaleni sono così: giganteschi e sorprendenti, a tal punto da sembrare finti.

C’imbattiamo subito in Kevin, tutto felice con la sua macchina fotografica, che comincia a fare una serie infinita di scatti.

Uno splendido inizio di giornata!

ConKevin

Con Nancy e Kevin

Ci siamo dovute svegliare molto presto, perché questo pernottamento imprevisto al Blue Swallow c’impone una tappa molto lunga. Kevin e la moglie Nancy ci hanno suggerito di fermarci a Santa Fe e, così, seguiremo un tratto di Route che punta dritto a nord.

E’ ora di mettersi in viaggio. Ci portiamo a casa –  per ricordo –  una foto con i nostri nuovi amici.

La prima sosta è a Santa Rosa, cittadina in stile messicano con casette bassissime rosa pastello. C’è una grande chiesa con vetrate colorate e di fronte la statua della Madonna con una rosa nella mano destra.  C’è anche un microscopico cimitero, molto suggestivo. Insomma, questo è un posto dove –  per la prima volta dall’inizio della Route – respiriamo un’aria latina che ci fa sentire a casa.

Santa Rosa

Anche se…non c’è proprio NESSUNO!

Santa Rosa

Forse, c’è più vita qui

IMG_4080

Prossima tappa: Las Vegas! Ma non quella pacchiana, chiassosa, sfavillante e finta del Nevada (dove NON andremo!)

Las Vegas New MexicoLa nostra Las Vegas è un piccolo centro con una lunga storia alle spalle. E si vede: ci sono palazzine ed edifici d’epoca molto eleganti con le facciate decorate, vecchi alberghi di lusso nella piazza principale.

Una piazza vera, finalmente!

Le strade sono piene di negozi, ristoranti e gente che va e che viene.

C’è anche un’immensa stazione, perché da qui – long time ago- passava la Ferrovia di Santa Fe, storica via commerciale del Nord America, lunga circa 1400 km, che collegava Santa Fe  con Franklin (Missouri).Las Vegas

Come al solito, anche oggi saltiamo il pranzo per ributtarci al volo in macchina e cercare di rispettare la tabella di marcia.

New Mexico

Land of enchantement!!!

 

 

 

Certo che viaggiare attraverso il New Mexico è uno spettacolo!

Il paesaggio è bellissimo, ci si sente sovrastati da questa natura così meravigliosa e potente.

Amo questo stato, è qui che comincia la vera “terra di frontiera”. Finora, avevamo solo scherzato.

Così come amo questi lunghi trasferimenti da una località all’altra…la  Blue Buick va che è una meraviglia (anche se ogni tanto arranca sulle salite), la nostra stazione-radio preferita “The Bridge” trasmette solo classici del rock, e questa è davvero la colonna sonora perfetta quando si viaggia on the road.

Lungo la strada, facciamo una piccola deviazione nel Pecos National Historic Park, dove ci sono le rovine di due missioni coloniali spagnole e, quello che resta, di un antico Pueblo: un villaggio di una tribù di nativi americani che si stabilirono qui nel 1100;  pare fosse una comunità di circa 2.000 persone.

Siamo su una mesa, a oltre 2.100 metri di altezza. PecosFa comunque molto caldo…ed è pieno di cartelli che invitano a fare attenzione ai serpenti a sonagli (rattlesnakes).

Come ci si può sentire?!

Per fortuna abbiamo i pantaloni lunghi e le scarpe pesanti.

Terra rossa dappertutto…speriamo non si mimetizzino troppo!Pecos

In serata,  arriviamo finalmente  a Santa Fe,  cittadina fondata dagli spagnoli nel 1600 e tuttora capitale del New Mexico.

Piccoli edifici in stile messicano, tutti rigorosamente color ocra , in perfetta sintonia con le rocce locali. Macchie di verde scuro risaltano qua e là.

E’ una località molto esclusiva: una specie di Porto Cervo a 2000 metri d’altitudine (2134, per la precisione).

Siamo in montagna?! Proprio non ci si rende conto di stare così in alto, se non fosse per questi splendidi colori così contrastanti fra loro.

Santa Fe cattedrale di San Francesco

La Cattedrale di San Francesco

Lungo le vie che salgono verso la piazza, dove c’è l’imponente Cattedrale di San Francesco d’Assisi, ci sono negozi e laboratori molto raffinati, per lo più gioiellerie con creazioni dei nativi americani. Ci sono anche molte gallerie d’arte.

L’atmosfera è vivace, in giro c’è parecchia gente estrosa e, nel complesso, interessante. Sono tanti i localini caratteristici, colorati e pieni di fascino. santa-fe-new-mexico_02Peccato che i ristoranti aperti – naturalmente la fame incalza – non siano moltissimi e quei pochi diano l’impressione, anzi la certezza, di essere estremamente cari. Di certo, fuori dalla nostra portata.

Nella gigantesca piazza centrale stanno montando una serie di bancarelle tutte uguali: veniamo a sapere che durante il weekend ci sarà un importante esposizione di manufatti d’arte indiana. Alcune strade sono già state chiuse al traffico.

Ce la perderemo: oggi è giovedì e domani saremo già in viaggio verso Gallup…peccato!

Dopo aver girovagato a lungo senza trovare un posto abbordabile, decidiamo di fare ritorno al nostro  alberghetto in stile western, il Silver Saddle Motel. Grazioso e divertente (e consigliato da Kevin). Stando alle indicazioni del nostro amico del Blue Swallow, dovrebbe esserci un ristorante messicano – molto buono –  proprio lì di fronte.

Davvero ottimo, migliore di quello di ieri sera!

 

2013-08-16 02.02.15

La nostra Buick occhieggia dalla porta. Lazo e cappello da cowboy sono appesi sopra il letto

 

Santa Fe – Gallup

 

 

Dodicesimo giorno…

 

Itinerario

Ottima la nostra colazione di questa mattina: caffè, succhi di frutta, yogurt e dolcetti vari.  Tutto in bella vista nella lobby; la cosa carina è che si poteva portare il vassoio fuori, in un cortiletto con tavolini e ombrelloni.  Un piacevole inizio di giornata!

Santa Fe

Galleria d’arte all’aperto a Santa Fe

Programma odierno: ritorno a Santa Fe per fare un altro giro nel quartiere delle gallerie.

Oggi c’è meno gente per strada, sembra tutto più tranquillo. Troviamo un baretto molto grazioso, con una specie di veranda esterna,  tutta decorata (il Cafè Greco). Ci sarà un espresso, no?

E infatti c’è. Ci sediamo all’aperto. Poco dopo scopriamo che la moglie del proprietario è italiana – romana – e ha studiato musica al collegio di Santa Cecilia. Il marito comincia a raccontare: anche lui avrebbe voluto studiare nello stesso collegio, ma all’epoca non passò la selezione. Così, dovette “ripiegare” – si fa per 106dire – su una delle più prestigiose scuole di musica di New York. Poveraccio!

Come gentile omaggio al Belpaese,  improvvisa un assolo lirico fra i tavolini (e non ce n’è uno libero, ahimè!). Sono le note di un’opera che – naturalmente – non conosciamo affatto. Tutti lo guardano, e ci guardano. Non importa, sopravviveremo. Questo signore, comunque è piuttosto bravo e, di sicuro, molto simpatico.

La nostra giornata inizia,  e continuerà, così: un susseguirsi di incontri, da mattina a sera, con persone innamorate dell’Italia.

A cominciare dalla ragazza della lobby del motel: prima di rimetterci in viaggio le avevamo chiesto qualche consiglio su come affrontare le tappe successive. Lei è partita in quarta con un elogio senza fine della nostra cultura, arte e cucina (un classico…),  delle città che ha visitato – Roma, Firenze, Venezia – e ci ha parlato della sua grande passione per la storia e per tutto quanto appartenga al passato.

Di lì a poco, si è inserita nel discorso un’altra signora, di passaggio: “Anch’io sono stata in Italia…meravigliosa!!!” e via raccontando…

Dopo questa parentesi di grandi entusiasmi, siamo riuscite a riportare il discorso sul nostro itinerario e a ottenere qualche dritta in più sui prossimi – possibili – alberghi e motel. Questa catena di informazioni fra una tappa e la successiva sta cominciando a funzionare!

E siamo “on the road again“, ma questa volta usciremo dalla Route per seguire una strada ancor più impervia che passa attraverso una ghost town che si chiama Madrid (altro consiglio di Kevin!) New Mexico

In pratica, si tratta di un grappolo di case affacciate su una straducola tutta a curve; ciascuna è stata trasformata in un negozio di oggettistica, artigianato artistico, accessori strani o abbigliamento. Sono casette colorate in stile vittoriano, tutte “agghindate” con la merce in esposizione. Ci sono anche laboratori di ceramica e bijoux, realizzati con qualunque materiale di recupero.IMG_4150 (2)

Madrid

Non male per una (ex) “ghost town”;  anche qui un tempo c’era un centro minerario molto produttivo, poi caduto in disgrazia e rimasto per anni completamente abbandonato.

Fino a quando una piccola comunità di artisti e artigiani ha preso possesso di questi spazi, ristrutturando le case, comprandole e affittandole.

Oggi c’è un bel movimento, ma in pochi vivono qui. La maggior parte di loro abita nelle vicinanze, in qualche rudere sperduto in questa campagna arida che assomiglia sempre di più a un deserto.

Chissà con quanti rattlesnakes saranno costretti a convivere…

Veniamo a sapere qualcosa in più sulla storia di Madrid da un’eccentrica signora che disegna e realizza gioielli molto vistosi e scialli coloratissimi, realizzati con la tecnica del patchwork .

MadridRiconosce il mio accento italiano e – come chiunque oggi s’imbatta in noi – viene travolta dall’entusiasmo. Proprio non si tiene: ci spiega che a 20 anni (ora ne avrà più di 40, almeno) visse per un periodo a Firenze, città che – dice – non potrà mai più dimenticare.

Cassette delle lettere a Madrid

Cassette delle lettere a Madrid

Si ricorda ancora l’indirizzo di casa e alcune parole in italiano.

E’ un fiume in piena…impossibile fermarla! E così, restiamo per circa mezz’ora nel suo bizzarro laboratorio.

E’ divertente e piacevole, però che chiacchierona!

Finalmente, riusciamo a salutarci. Con tanti “ciao” e “arrivederci”.

E adesso, via…troppi chilometri ci separano da Gallup dove arriveremo stasera, chissà a che ora.

Passeremo da Albuquerque, dove in un primo tempo si era pensato di fermarsi per la notte, ma preferiamo andare oltre, perché poi saranno troppi i posti belli da visitare e vogliamo avere più tempo. E meno male: arrivate ad Albuquerque non siamo così convinte che ci piaccia. Intanto, perché sono le tre del pomeriggio e c’è un caldo infernale. Poi, perché non ci aspettavamo che questa cittadina fosse così estesa (e, in effetti, è la più grande del New Mexico). C”è anche l’università.

Ci concediamo una pausa sul viale centrale che, come sempre, corrisponde al tracciato della 66. C’è un celebre teatro, il Kimo Theatre che risale al 1927. Ha una bella facciata, piuttosto imponente, con decorazioni in stile – quasi – arabeggiante.032

Boccheggiamo, non è possibile resistere a questa temperatura. E’ un caldo secco, per fortuna, ma ci saranno 50 gradi!

Ci rifugiamo sulla Buick con la nostra bella aria condizionata.

Prima di raggiungere Gallup, ci piacerebbe andare a vedere Sky City (noto anche come Acoma Pueblo),  un antico villaggio indiano, abitato fin dal XII secolo. Si trova sopra una mesa di arenaria a 2.000 metri d’altezza.

La strada per arrivarci è splendida: saliamo, saliamo e ancora saliamo. Vista l’ora, l’unico dubbio è che possa già essere chiuso, ma tentiamo lo stesso.

Il paesaggio, da solo, merita di andare avanti. E’ davvero fantastico!

 

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Ormai siamo molto in alto, circondate dalle mesas. Un luogo troppo suggestivo…e la luce del tardo pomeriggio valorizza ogni singolo dettaglio. L’atmosfera è magica!

Arriviamo in cima, dove la strada finisce, e Acoma Pueblo è davanti a noi.

Come c’era da aspettarsi, il villaggio è già chiuso. Pensavamo che – visto il caldo – le visite continuassero fino a sera. E invece no, alle cinque del pomeriggio qui termina tutto.

Pazienza, ne è valsa comunque la pena: siamo a due passi dalla “Città del Cielo”.

Non ci rimane che invertire la rotta e rimetterci in viaggio verso Gallup!

In serata, arriviamo. Questo paese non è altro che un rettilineo, fiancheggiato da una ferrovia, dove passano treni merci coloratissimi e, soprattutto, di una lunghezza inimmaginabile. Sull’altro lato della strada ci sono gli edifici bassi con i negozi di artigianato dei nativi americani. Nient’altro.

Benvenuti a Gallup!

El Raucho - Gallup

El Raucho Hotel

Seguiamo le indicazioni della ragazza della lobby di Santa Fe e troviamo, finalmente, il nostro hotel “El Raucho”. Qui, in passato, alloggiavano spesso le star di Hollywood,  fra un film western e l’altro.

La hall è immensa, arredata in stile country.  Ci sono i musi dei cervi sulle pareti e le corna di toro che scendono dal soffitto.

El Raucho Hotel

Al piano superiore, una sorta di ballatoio gira tutt’intorno al salone; è una specie di galleria degli Anni d’Oro del cinema, con le foto degli attori famosi (tutte autografate).

Camera carina ma, considerato il posto, mi aspettavo di più.

Vista la giornata intensa e la solita sensazione di stravolgimento che ci accompagna ogni sera, apprezziamo moltissimo la possibilità di cenare nel ristorante dell’albergo.

Siamo proprio stanche, buonanotte a tutti…

 

Buonanotte anche a te, John!

005

Gallup -Flagstaff

 

Tredicesimo giorno…

 

Itinerario

 

 

Gallup

La via principale di Gallup

Nonostante il primo impatto con Gallup ieri non fosse stato un granché, questa mattina decidiamo di farci un giro lo stesso.

Restiamo, comunque, della stessa idea: in questo posto non c’è proprio nulla, tranne una ferrovia rumorosissima.

Scopriamo però uno splendido museo, completamente dedicato alla cultura e alla storia dei nativi americani.

E’ il Gallup Cultural Center e occupa un deposito restaurato della linea ferroviaria per Santa Fe. Racconta le tradizioni degli indiani Navajo ed espone una grande quantità di manufatti: produzioni tessili a telaio, vasellame e vari oggetti di uso quotidiano.

Al piano di sopra, invece, c’è una mostra di quadri: grandi tele con tinte forti e soggetti molto particolari.Quadro gallup

Quadro gallup

 

Rimango colpita dalla gentilezza e disponibilità di un ragazzo indiano che lavora qui: ci spiega tutto con dovizia di particolari e con grande orgoglio per la sua terra e le sue origini. Inoltre, terminata la visita, è stato fin troppo paziente ad aspettare che Margherita scegliesse con estrema calma e oculatezza alcuni biglietti d’auguri – bellissimi – con frasi e immagini dei Navajo. I minuti passavano, il museo stava per chiudere e lei proprio non si decideva.

Il giovane indio però non faceva una piega…e sorrideva!

Altre culture…

Sono contenta di aver fatto questa puntata al Gallup Cultural Center. Interessante, anche perché – detto francamente – so pochissimo di questa gente, anzi direi quasi nulla (tolti i soliti cliché dei film sul Far West: gli archi, le frecce, le piume in testa…) e sono affascinata, soprattutto per il fatto di essere proprio in mezzo a loro, in questo luogo dimenticato da Dio e dagli uomini.

Basta, la nostra Buick ci aspetta: anche la strada di oggi sarà meravigliosa, in mezzo alle mesas color ocra, sotto questo cielo turchese. Fantastico guidare in New Mexico!

New Mexico

Ci sono le prove: anch’io ho guidato negli States!

Tra poco, però arriveremo al confine: good-bye “Land of Enchantement”

Siamo già arrivati quasi in Arizona, è incredibile pensare di aver fatto così tanta strada e aver visto paesaggi e luoghi diversissimi…

Oggi, in particolare, la Route ci porterà finalmente nel deserto vero, ma non un deserto qualunque: il Painted Desert, il deserto “dipinto”

Percorsi chilometri e chilometri attraverso questo paesaggio arido, eccoci arrivati al solito “visitor center” dove si paga il biglietto, si raccolgono informazioni su opuscoli vari e – come in questo caso – si assiste a un breve video introduttivo che spiega cosa si andrà a vedere.

Il Painted Desert lascia senza fiato…può esistere un posto così?

 

Painted Desert

 

Ci fermiamo ogni poco con la macchina nei vari punti di osservazione e i colori sono sempre più spettacolari: rosso intenso, rosa pesca, bianco grigio e verde.

Tutto si compone in perfetta armonia. Un capolavoro!Painted desert

2013-08-17 22.11.23

 

E non è ancora finita…

Lungo questo tratto di strada sembra addirittura di essere atterrati su un pianeta sconosciuto.

Ma dove siamo?

Painted-Desert

 

Passato il Painted Desert si entra nella Foresta Pietrificata che. in un tempo molto lontano, era un’immensa foresta pluviale.

Man mano che proseguiamo, sui cigli della strada cominciamo a vedere piccoli pezzi di tronchi d’albero fossili, dove cristalli di quarzo multicolori e altri minerali si sono infiltrati nelle fessure del legno, prendendosi a poco a poco quasi tutto lo spazio disponibile.

L’effetto è sorprendente: verrebbe voglia di portarsi a casa un pezzettino come ricordo, ma è VIETATISSIMO. Naturalmente! E poi, i blocchetti sono troppo grandi.

Il cielo comincia a rannuvolarsi.

Foresta Pietrificata

Foresta Pietrificata

 

 

Siamo in Arizona e questa situazione di mal tempo è proprio inaspettata. All’orizzonte, si scorge qualche fulmine e, in lontananza, le nuvole stanno già toccando terra: laggiù sta piovendo. Scopriremo, nei giorni seguenti, che nel nord dell’Arizona questa estrema variabilità – nonostante il deserto – non è poi così strana.

Il giro della Foresta, a un certo punto, prevede la sosta in un piazzale. Da qui, partono alcuni sentieri in mezzo a enormi tronchi pietrificati.

C’incamminiamo armate di macchina fotografica e – per qualche misteriosa ragione o solo perché “rapite” dal paesaggio – imbocchiamo due stradine completamente divergenti: io vado a destra e Margherita a sinistra.

I tronchi fossili sono bellissimi e per inquadrarli bene sono obbligata ad uscire dai percorsi indicati per avvicinarmi il più possibile, con il terrore che qualche ranger mi veda e mi dia una super-multa.

Invece, tutto ok: Scatto mille fotografie. Eccone alcune:

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Vago, vago, vago nella foresta e – a un tratto – comincia a piovere. Torno indietro e cerco rifugio in macchina.

Margherita comparirà all’orizzonte solo una mezz’oretta dopo. E via che si riparte!

Lungo la strada, dopo pochi chilometri, ci ritroviamo circondate da una serie di negozi che – guarda caso – vendono SOLO pezzi di legno pietrificati. Ma in quantità preoccupante.

Ma non era vietato raccoglierli? Saranno veri o finti?

In tutta l’area esterna alla foresta, chiunque vende tronchi fossili, e anche a prezzi contenuti. Boh!!! Non facciamoci troppe domande e tiriamo dritto.

Abbiamo un ultimo posto da visitare prima di arrivare a Flagstaff: il Meteor Crater, dove pare che un miliardo (?!) di anni fa un gigantesco meteorite precipitò nel deserto.

La strada attraversa il centro di Winslow. Qui ci fermiamo, nonostante la pioggia, ormai torrenziale. Non si vede nulla, neanche con i tergicristalli al massimo.

In questa zona c’è un motel molto noto, il Wigwam Motel. Sembra un villaggio del deserto degli anni 50′ ed è composto da alcune tende di cemento, in stile con quelle delle tribù nordamericane. Peccato non potersi fermare, ma siamo sotto un nubifragio.

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Aiuto come piove!!! Sulla sinistra le tende indiane

Arriviamo a Wilson c’è un gift shop che si chiama “Standin’ on the corner“, citazione di un verso di Take it Easy” degli Eagles che celebra proprio questa cittadina.

Ci fermiamo sul famoso angolo per le foto di rito.2013-08-18 02.23.490992013-08-18 02.24.20

Ma fa troppo freddo, anche se non piove più, e il vento è forte.

Proseguiamo alla volta del cratere.

Senza grande entusiasmo, per la verità, perché abbiamo letto sui diari di alcuni viaggiatori che questa è una visita un po’ deludente. Ma ci siamo quasi e, visto che abbiamo fatto trenta…

L’entrata costa un botto, 16 dollari a testa ed è già quasi buio.

C’è un ragazzotto nel parcheggio che accoglie i turisti. Gli chiediamo a che ora chiude il cratere. Alle sette, ci risponde.

Ma manca solo un quarto d’ora!!!

Invece, ci sbagliamo e, come al solito, facciamo la figura delle stordite. Il giovane ci spiega che in Arizona c’è un’ora in meno rispetto al New Mexico, perché qui non esiste l’ora legale.

E chi lo sapeva? Ogni stato fa quello che gli pare.

Quindi, senza indugio andiamo alla biglietteria.

Il cratere è davvero gigantesco. A tal punto, da non riuscire a fotografarlo tutto intero. Bisognerebbe stare su un elicottero.

Meteor Crater

 

Un salto veloce al museo annesso, che avrebbe meritato più attenzione, ed è già tardissimo.

Ci stanno praticamente mandando via con la forza. Fuori è buio pesto, e sono solo le 19.30. Dopo la meravigliosa luce serale del New Mexico, questa oscurità ci inquieta.

Che giornata intensissima: abbiamo visto posti inimmaginabili. E tutti insieme!

Flagstaff è la prossima e definitiva meta di oggi. Abbiamo grandi aspettative. Finalmente, una briosa cittadina piena di studenti e molto graziosa. Troviamo, per fortuna, subito un motel che fa al caso nostro, dove ci consigliano anche un posto carino per mangiare.

Stasera, pizza!

Nel ristorante c’è una bella atmosfera, tanta gente giovane ; noi siamo le due “babbione ” del locale.

In più, a servirci c’è un ragazzo sveglio, fascinoso  e simpatico al quale, a fine serata, lasceremo una lauta mancia.

Solo perché…”è un universitario”, naturalmente!

 

 

 

Flagstaff – Grand Canyon – Williams

 

 Quattordicesimo giorno…

 

 

Itinerario

 

 

 

Che sorpresa stamattina svegliarsi e scoprire di essere in mezzo a una fitta pineta a perdita d’occhio! flagstaff_arizona

L’aria è fresca e il sole splende. Anche qui siamo a circa 2.000 metri d’altitudine.

Flagstaff

Flagstaff

Flagstaff è deliziosa e volentieri passeremmo un paio d’ore a girovagare nelle viette del centro…se solo potessimo!

Invece, nulla da fare: perché oggi abbiamo appuntamento nientepopodimeno che con il GRAND CANYON!

Quindi – finalmente! – ci armeremo della nostra splendida borsa termica mimetica, piena di acqua e ghiaccio e prenderemo un paio di pantaloni lunghi e le scarpe da tennis da lasciare in macchina. Così potremo camminare leggiadre e disinvolte fra i rattlesnakes!

Come ogni mattina, o quasi, la nostra prima sosta è al distributore. Facciamo circa 300 chilometri al giorno  (a volte anche di più) e  la nostra Blue Buick beve un po’ troppo.

Al bancone della gasoline station, dove vado a pagare, c’è un ragazzo di colore sorridente e gentilissimo; ne approfitto per chiedergli se è meglio arrivare al Grand Canyon con la strada 180 o con la 89. Lui mi risponde che la seconda è più panoramica, anche se più lunga.

Ok, la scelta è presto fatta!

Riesco anche a dimenticarmi la carta di credito vicino alla cassa – tanto ho la testa altrove – ma il ragazzo è così carino da portarmela al volo, prima che Margherita metta in moto e riparta. Meno male…

Più tardi, guiderò anch’io. La strada è davvero molto bella, anche se più trafficata rispetto a quelle a cui siamo state abituare finora.Flagstaff

Ogni tanto appaiono, all’improvviso, scorci di Grand Canyon. In pratica, lo stiamo già costeggiando, ma ci vorrà ancora un’ora prima di entrare nel parco vero e proprio.

Per accedere il costo è di 25 dollari a macchina.

2013-08-18 23.15.03Seguiamo il percorso sulla nostra cartina, fermandoci alle varie soste previste. Per me, che vengo qui per la prima volta, l’impatto è violento.

Ma quanto è profondo il Grand Canyon?

Quanto è frastagliato, sedimentato, eroso?

Possibile che il fiume Colorado che s’intravede a fatica laggiù -tortuoso e rossiccio – sia riuscito a fare tutto questo?

2013-08-18 23.03.03Sarebbe bellissimo scendere fino in fondo e guardare questa meraviglia dal basso, ma in un solo giorno non è proprio pensabile: quindi, ci accontentiamo di ammirarlo dai vari punti panoramici, dove facciamo sosta.

Lungo questo tragitto non è raro incontrare qualche cervo al pascolo; si avvicinano fino al ciglio della strada, sembra non abbiano nessuna paura.

Margherita che è già stata qui anni fa, dice che dopo un po’ questo continuo salire e scendere dalla macchina comincia a darle sui nervi e che – anche se il paesaggio è stre-pi-to-so – alla fine è sempre uguale.

Sarà…ma è talmente particolare ed emozionante…

 

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La verità è che ora è sversa perché sta morendo di fame. Ma dopo un hot dog con tanta maionese (che a me rimarrà sullo stomaco), ecco che subito si riprende e torna di buon umore.

Adesso, le è venuta all’istante la smania di fare QUALUNQUE cosa, anche se siamo già a metà pomeriggio.

Nell’ordine:

  • passeggiata a piedi sul sentiero che costeggia il canyon a destra,
  • passeggiata a piedi sul sentiero che costeggia il canyon a sinistra,
  • in alternativa, giro su un fantomatico pulmino che dovrebbe percorrere una stradina lungo un costone dove è vietato l’accesso ai pedoni (e naturalmente alle macchine),
  •  infine, un salto al gift-shop.

C’è altro?

Ci concentriamo su dove andare a prendere questo pulmino, ammesso che ci sia. Seguendo la mappa del parco, proviamo ad avvicinarci con la macchina alla presunta fermata. Invece, ci ritroviamo in una specie di labirinto. Prima, sbuchiamo all’hotel villaggio immerso nel verde; poi, finiamo in una zona residenziale dove vivono i ranger con le loro famiglie. Casette basse di legno scuro, tutte uguali e perfettamente mimetizzate. C’è anche una scuola.

Inutile insistere: rinunciamo e torniamo al piazzale. Gambe in spalla e via in passeggiata. Camminiamo per circa un’ora, certo che così è molto meglio che stare in macchina.

Il Grand-Canyon è proprio lì sotto. Ci sono molte famiglie con bambini piccoli che scorrazzano lungo il sentiero e vengono lasciati completamente liberi. Basta che qui ti scivoli un piede e sei giù.  A dire il vero, anche noi in un paio di punti particolarmente belli abbiamo sconfinato…per le foto questo e altro!

A un certo punto, davanti a noi si profila un enorme cervo. Ma è vicinissimo!

052

Proviamo a non fare un plissé, ma è difficile far finta di niente; sta venendo impassibile nella nostra direzione.

Sembra tranquillo, ci scansiamo lanciandoci fuori dal sentiero e lui passa oltre. E’ andata!

Tornate indietro (un’altra ora di cammino), Margherita vorrebbe ripartire di nuovo e percorrere il sentiero che costeggia il canyon dall’altra parte.

Dai,  non esageriamo!  Il sole sta già tramontando.

La metto davanti a un aut-aut: o la passeggiata o il negozietto dei regali.

Sapevo già che avrebbe scelto la seconda opzione.

Il giro è piuttosto rapido. E’ ora di tornare.

Arriviamo  a Williams che è già buio pesto e restiamo piacevolmente sorprese da quanto questa piccola cittadina sia piena di luci e insegne luminose che celebrano la Route.Williams

Troviamo un “doppio” motel che si chiama “The Lodge“: su un lato della strada ha camere normali (forse un po’ più sofisticate di molte altre in cui siamo state), mentre sull’altro soltanto suite di lusso.

Quindi, il problema della scelta non si pone.

 

 

Passiamo la serata in un delizioso messicano (molto più caro dei due precedenti), sedute all’aperto a guardare la gente che, a tarda ora, passeggia ancora per strada.

Da quanto tempo non ci succedeva…

Williams – Barstow

 

Quindicesimo giorno…

Itinerario

 

Prese dall’entusiasmo per questo luogo così ameno, la mattina ci spingiamo lungo la via principale per fare gli ultimi regalini da portare a casa.

E’ la prima volta che dormiamo in un motel così vicino al centro.Williams

Belli qui i negozi, ci sono targhe di metallo, di ogni dimensione, magneti buffi, fotografie d’epoca e biglietti vari.

008Soddisfatte degli acquisti e del bel giretto, ci rimettiamo in viaggio contente.

Oggi, si entra nell’ultimo stato: la California!

Ci sono ancora un paio di mete interessanti in Arizona, però. Così dicono i nostri libri.

La prima ce la perdiamo volentieri, almeno io. Si tratta delle Grand Canyon Caverns. Sono molto perplessa, dopo aver letto che per accedervi bisogna prendere un ascensore che scende sottoterra di 21 piani. Questo non è compatibile con la mia claustrofobia.

Proseguiamo allora verso Hackberry e parcheggiamo davanti a una vecchia officina con “gas station” annessa. Tutto è rigorosamente originale dell’epoca; a differenza di altri posti simili, ma ultra restaurati e anche un po’ troppo “lucidati”, questo distributore è davvero scrauso.

Proprio per questo, ha un suo fascino particolare, accentuato dalla giornata grigiastra di oggi e da questo vento che soffia abbastanza forte e fa dondolare e cigolare la grande insegna arrugginita della Route.

Gas Station

 

Di nuovo in marcia e, visto che il tempo stringe, dobbiamo prendere l’Interstate 40 e portarci il più possibile avanti.

Così, arriviamo al confine con la California, superiamo il fiume Colorado ed entriamo nell’ottavo e ULTIMO Stato del nostro itinerario infinito.

063Fa davvero molta impressione pensare che abbiamo fatto così tanta strada in due settimane…

Passati i paesi di Needles e Goffs ci rimettiamo subito sulla 66, perché siamo determinate ad esplorare alcune micro ghost town e, soprattutto, andare alla scoperta di quello che rimane del Bagdad Cafè dell’omonimo film.

Il Deserto del Mojave– almeno in questo punto – è desolante: arido, spoglio e senza carattere. Nulla a che vedere con quello dell’Arizona e del New Mexico.2013-08-21 22.07.22

Su questa tratta voglio guidare io, qui la Route collega quattro ex cittadine (Essex, Chambless, Amboy e Ludlow), completamente abbandonate..

Viaggiamo da est a ovest e il sole è già all’orizzonte. Non si riesce a vedere quasi niente e, soprattutto (fatto ben più inquietante), non passa proprio nessuno, né in un senso,  né nell’altro…per chilometri e chilometri.

Che assurda sensazione…

058Incredule, ci fermiamo lungo un infinito rettilineo e – certe di non rischiare assolutamente nulla – ci sediamo a turno al centro della strada per farci le foto.

060

 

 

 

Siamo veramente in the middle of nowhere! io2

 

 

La prima cittadina fantasma (Essex) è talmente fantasma da sfuggirci completamente. Quello che resta della  seconda (Chambless) sono due ruderi abbandonati. Amboy, invece, riusciamo a individuarla meglio, perché è vicina a una specie di cratere. Anche qui comunque è tutto immobile e senza vita.

A un tratto, sulla destra, vediamo una grande costruzione con un’insegna gigantesca, molto danneggiata e sbiadita. E’ il Roy’s Motel Cafè, un complesso di proporzioni notevoli, tenuto conto del luogo in cui si trova. I vetri, di quello che doveva essere un ristorante, ora sono tutti rotti.

Accostiamo ed entriamo nell’ampio piazzale,  la mia compagna di viaggio apre la portiera e scende al volo con macchina fotografica e sigaretta in bocca. Solo che, all’improvviso, mi accorgo che c’è un’altra auto, appena arrivata, una di quelle lunghe e vecchiotte.

Ma come? Abbiamo attraversato questo deserto per un’ora senza incontrare nessuno e adesso che ci siamo fermate, sbucano questi qua!

Allora comincio ad agitarmi: chiunque avesse cattive intenzioni, in questa landa desolata, senza un’anima viva nel raggio di miglia e miglia, non avrebbe nessun problema ad agire totalmente indisturbato.

Ecco la mia reazione: “Haaaaaaaa!!! Margherita, NON accendere la sigaretta e risali SUBITO, le foto puoi farle dalla macchina!!!”

Lei mi guarda strabiliata e le si stampa un punto esclamativo in fronte, ma io proprio non voglio sentire ragioni e riparto.

L’auto americana se ne va, forse la mia paura è stata eccessiva…e fuori luogo. Ad ogni modo, VIA!

Questa strada in mezzo al nulla deve finire al più presto, è un incubo!

Dopo Amboy, c’è Bagdad (o meglio, c’era).

Caspita, ci tenevo proprio a vedere cosa fosse rimasto del vecchio Cafè. In realtà, non è rimasto nulla: quello ricostruito, e utilizzato per il set cinematografico, si trova a Newberry Spring, molto più avanti.

Il fatto è che sono nevrotizzata da questo andare e andare “non si sa ben dove”; da questo sole sempre più basso che mi acceca; da questa striscia d’asfalto dritta sparata che taglia un deserto grigio-giallo, triste, con erba secca, sabbia e sassi a perdita d’occhio.

Basta, non ne posso più!071 - Copia

059

 

 

E poi, Suzanne – un’altra cugina di Margherita che vive a Barstow – ci sta aspettando per cena.

Squilla il cellulare…è lei! Proprio ora che siamo – finalmente – di fronte a un bivio, senza però aver deciso dove andare: da una parte c’è la vecchia Route (o forse un’altra strada, chissà), è un tratto sterrato e parecchio malconcio; dall’altra la rassicurante Interstate 40.

Ora…la scelta sarebbe scontata. Invece, no. Siamo qui impiantate a discutere sul da farsi, perché la mia avventurosa socia – cascasse il mondo –  non tradirebbe mai la 66. Ma ecco che arriva, provvidenziale,  la chiamata di Suzanne (un altro segno..!).

“Cosa fate ancora lì? Stanno arrivando temporali in tutta la zona, sbrigatevi a mettervi sull’Interstate e correte a Barstow. Questi non sono posti dove fermarsi!”

GRAZIE, SUZANNE!

Che felicità mollare il volante a Margherita e viaggiare in mezzo al traffico dell’autostrada.

Impostiamo l’ indirizzo di casa sul Gps e già ci sembra di essere arrivate. Nel frattempo lei, molto preoccupata, telefona ancora un paio di volte. E, finalmente, imbocchiamo la sua via.

Suzanne è lì che aspetta, fuori dalla porta, e appena ci vede comincia a esultare tutta contenta. “WELCOME, WELCOME, eccole sono arrivate le mie cugine dall’Italia!!!” L’entusiasmo è alle stelle e anche il volume della sua voce.

Infatti, nel giro di 30 secondi – forse meno – le sue grida di gioia attirano l’attenzione di una vicina che vive dall’altra parte della strada e che subito si precipita per assicurarsi che non sia accaduto qualcosa di grave. E viene subito coinvolta in questo calorosissimo rituale di accoglienza.

Suzanne è travolgente…e commovente!006

Che bello stare un paio di giorni in una casa vera…dopo tanti, troppi motel!

 

 

Barstow – Marina del Rey

 

Sedicesimo e diciassettesimo giorno…

 

Itinerario

 

Una giornata intera di totale relax a casa di Suzanne, proprio quello che ci voleva!

Barstow è una città di “confine”: per chi arriva dalla costa pacifica (non è il nostro caso) è l’ultimo centro abitato; dopo c’è solo deserto, una distesa infinita per miglia e miglia. Fa un caldo torrido, davvero difficile da sopportare. Ecco perché abbiamo passato tutta la mattina e buona parte del pomeriggio in piscina.

Impossibile sopravvivere altrimenti… Ogni quarto d’ora, bisogna assolutamente tuffarsi in acqua!

Casa Suzanne

 

 

Siamo solo noi tre: il marito di Suzanne è andato per qualche giorno in Nebraska. Così, non abbiamo da render conto a nessuno, solo a noi stesse.

001

Io ne approfitto per portare avanti il mio diario….

2013-08-20 21.25.42

…mentre Margherita si diverte nell’idromassaggio!

Un bagno, un po’ di sole, un drink e un altro bagno. Che favola!

Chiacchieriamo, ridiamo e ci riposiamo. Suzanne ha energia da vendere ed è molto piacevole stare in sua compagnia. SuzanneE poi, è così felice di averci qua e lo dimostra con grandi gesti di affetto.

Proprio un tesoro!

La sera, quando la temperatura è scesa di un paio di gradi, si esce a cena. Destinazione: un ristorante piuttosto bello, molto particolare. Quello che più ci sorprende è che la nostra cugina ha invitato altra gente del vicinato – saremo più di una decina – perché è troppo contenta della nostra visita, così ci vuole presentare a tutti.

Una seratona allegra e movimentata. Innaffiata da un ottimo vino rosso – Red Cat – che non dimenticheremo.

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La mattina dopo, è già ora di ripartire. Richiudiamo le valigie per l’ennesima volta, non prima di aver ritirato dall’asciugatrice il nostro bucato (e’ incredibile quanto questi elettrodomestici siano efficienti e rapidi). Anche da Rita avevamo lavato i nostri vestiti e in un’ora era tutto fatto: puliti e asciutti.

Dire good-bye a Suzanne non è stato facile: baci, abbracci e lacrime…

Lei si è commossa tantissimo e così ci ha fatto piangere.

La salutiamo davanti al suo ufficio e – meste meste – ritorniamo a bordo della Buick per fare una breve visita a questa strana località arsa dal sole.

Una stradona con i negozi e intorno le solite casette, ma questa volta i giardini davanti alle porte sono aridi, sabbiosi e molto trascurati.Barstow

Del resto, qui nel deserto l’acqua costa moltissimo.

La temperatura, sempre più torrida, e tutti questi spazi giallo-paglia che ci circondano cominciano a disturbarmi un po’.

Non potrei mai vivere qui. L’arsura tutt’intorno ti divora, la natura in fin di vita ti deprime.

Forse in passato era diverso, l’atmosfera non era così decadente e inospitale.

Stazione BarstowA Barstow c’è un interscambio ferroviario che un tempo doveva essere importantissimo. C’è anche una costruzione enorme, proprio di fronte alla stazione, la “Casa del Desierto” con un’architettura sontuosa e ampi saloni eleganti all’interno. Una volta aveva un ristorante, una sala da ballo, e camere eleganti per i viaggiatori e i dipendenti.

Oggi, al suo interno, c’è uno dei tanti musei della Route 66.

 

Ha, in effetti, l’aria di un vecchio e prestigioso albergo in disuso. anche se la facciata è stata restaurata alla perfezione.

Il tutto stona terribilmente con il paesaggio circostante. Un altro edificio che sembra essersi materializzato in un contesto casuale e sbagliato.2013-08-21 21.26.12

Ma dove siamo?

Perplesse e stranite (questo caldo ultra secco, che non molla mai, è diventato quasi solido sopra la mia testa e pesa come un macigno), non vediamo l’ora di ripartire e concludere il nostro viaggio verso ovest.

Stasera arriveremo alla fine della Route, a Santa Monica; usciremo, una volta per tutte, da questa steppa insopportabile  e, davanti a noi, apparirà all’orizzonte (finalmente!) l’oceano Pacifico…

Prima di allora, però, abbiamo un altro appuntamento: è con Nancy, la sorella di Suzanne, che ci aspetta a pranzo a Riverside, ai margini dell’immenso agglomerato di Los Angeles.

Lungo la strada, in una località sperduta che si chiama Oro Grande, ci appare all’improvviso la “Foresta delle Bottiglie“.

In pratica, un folle individuo- che non abbiamo avuto il piacere di incontrare –  anni fa ha avuto l’idea di creare una specie di bosco fatto di strutture varie di metallo sulle quali ha agganciato – come fossero rami e foglie – migliaia di bottiglie dai colori più disparati.

2013-08-21 22.22.25L’effetto nel complesso non è male. Sparsi qua e là ci sono ferrivecchi e cianfrusaglie di ogni tipo. Mi sfugge completamente il senso di questa…”installazione”. Soprattutto, fa abbastanza impressione stare in un posto tanto assurdo, completamente sole, con le bottigliette che vibrano nel vento. 2013-08-21 22.20.10

Non interessa a nessuno questa foresta?!

Abbiamo quasi la sensazione che, in realtà, l’autore di questo bizzarro progetto si stia nascondendo da qualche parte; magari in quel casotto di legno, tipo officina, che sta laggiù, in fondo a questo bosco sgangherato.

Dove sono i nostri affabili e rassicuranti vecchietti che in Illinois, Missouri e Oklahoma ci venivano incontro appena parcheggiata la macchina?

Visto che non compare anima viva a fare gli onori di casa, giriamo i tacchi e ce ne andiamo.

E anche a passo sostenuto.

treno nel deserto

La Route prosegue per San Bernardino, una località che Suzanne ci ha vivamente sconsigliato perché, a detta sua, infestata dalle gang dei narcotrafficanti.

E pensare che ci sarebbe, invece, piaciuto dormire  stanotte nelle vicinanze  – a Rialto –  in un motel con le tende degli indiani di cui avevamo letto sulla guida.

Visti i possibili pericoli lasciamo perdere, ma un passaggio a San Bernardino lo facciamo comunque.

Il posto non ci fa una brutta impressione, anzi! E’ un centro piuttosto vivo e ben curato, con tanti negozi e ristoranti. Tutto sembra tranquillo.

Con alle spalle l’attraversamento di sette stati e il pernottamento in svariate località, alcune scelte all’ultima ora, ci chiediamo quante volte ci sarà capitato di fare sosta in luoghi non proprio raccomandabili, ma che – a prima vista – erano sembrati sicuri e ospitali.

Non lo sapremo mai…e forse è meglio così!

L “Adventure Handbook” – il nostro principale punto di riferimento – non ci ha mai messo in guardia. Per l’autore, evidentemente, tutti i paeselli della Route (comprese le “ghost-town”) sono “safe”.

Alle tre del pomeriggio arriviamo a Riverside. Nancy ci aspetta nella  lobby del Mission Inn, un hotel molto esclusivo dove si respira un po’ di storia americana: ci sono i ritratti di tutti i presidenti che hanno alloggiato qui, moltissimi! Missiio inn

Ci sediamo fuori, nel patio pieno di fiori. Splendido come lo ricordavo.

Nancy

Con Nancy

Eravamo qui con Nancy e il marito Robert un luglio di tre anni fa.

Tre “Caesar Salad“, con altrettante birre, e una grande fetta di torta al cioccolato in condivisione.

Nancy è stata carinissima, abbiamo scherzato e riso tanto.

E anche con lei, è arrivato il momento di salutarci. Ci ha consigliato di aspettare che si smaltisse il traffico dell’ora di punta prima di rimetterci in viaggio, e così abbiamo fatto.

Ho messo in chiaro con Margherita che, da oggi in poi, non mi alternerò MAI PIU’ con lei alla guida. Con le freeways di Los Angeles non voglio avere NULLA a che fare, non sono all’altezza della situazione.

Resto con i miei bei ricordi: stradine strette con la riga gialla al centro, qualche macchina che passa ogni tanto…e basta!

FreewaySulle autostrade di L.A. c’è da diventare matti: ti superano da tutte le parti, ti sorpassano, poi bruscamente si reinseriscono di nuovo, a pochi metri davanti a te.

Tutti vanno a una velocità supersonica. E questo, nonostante in California il limite sia più basso che in altri stati e malgrado i continui cartelli che minacciano misteriosi controlli radar. Anche mettendo la freccia cinque minuti prima di imboccare un’uscita, nessuno ti consente di cambiare corsia in tempo utile.

Così, ci affidiamo al nostro gps che ci annuncia con largo anticipo le direzioni da prendere.

Il traffico è impossibile, sono tutti nevrotici. A confronto, guidare a Milano è una passeggiata, quasi si rischia di morire di noia.

Tentiamo un’uscita a Pasadena e per fortuna riusciamo a sganciarci dalla freeway. Passeggiamo nel centro con le luci della sera. Bel posto…col senno di poi, avremmo dovuto fermarci qui per la notte!

Invece, puntiamo su Santa Monica, ma arrivate là non c’è verso di trovare una stanza. Tutti gli alberghi e i  motel sono al completo.no vacancy

La ricerca durerà a lungo, finché – rassegnate – ci spingeremo fino a Marina del Rey, dove  – all’una di notte passata – non ci sarà altra scelta che spendere un botto (270 dollari!) per una doppia al Jamaica Bay Inn…che rabbia!!!

In più, scopro alla reception che la mia carta di credito ha superato il tetto massimo di spesa.

Forse mi sta dicendo che è ora di tornare a casa…

 

Marina del Rey – Santa Monica – San Clemente

 

Diciottesimo giorno…

 

Mi sveglio presto e sono ancora infuriata per tutti i soldi spesi per una sola notte. E la colazione non è neanche compresa!

Per tirarmi su di morale, guardo fuori dalla grande vetrata che dà sul balcone. Siamo a pochi metri dalla spiaggia e ci sono anche le palme. Esco per rimirare meglio il panorama. Non fa caldissimo, il sole splende, ma l’aria è frizzante. Con le maniche corte fa freddino.

2013-08-22 17.42.05

 

Oggi è il GRAN GIORNO!

Si torna indietro perché la nostra meta è il Santa Monica Pier, il lungo pontile, costruito nel 1909, dove c’è il famoso cartello che indica la fine della Route 66. Siamo arrivate in fondo…abbiamo raggiunto il traguardo. In tutto – considerate le deviazioni e  le volte che ci siamo perse e siamo dovute tornare indietro – abbiamo fatto circa 6.000 chilometri. Mille in più rispetto alla lunghezza originaria del tracciato.

008

Uahoooo!

2013-08-22 21.09.48 (2)Eccoci qui, sul grande molo pieno di ristoranti, negozi di souvenir e tanta gente che va su e giù.

Proprio al centro, effettivamente, c’è un’insegna che recita: “Santa Monica End of the Trail”

Sotto ci sono mille persone in fila per farsi la foto. Avranno percorso tutti la Route dall’inizio alla fine come noi?

Non credo…

Un signore giapponese si offre spontaneamente, chiedendoci se vogliamo una foto insieme (anzi due).

2013-08-22 20.53.43

Che peccato!

End of the trail

Così doveva essere…

Purtroppo, ci renderemo conto troppo tardi che l’inquadratura di entrambi gli scatti è sbagliata e taglia fuori tutta la parte alta del cartello.

Pazienza, noi fin qui siamo arrivate comunque!

 

L’impressione generale è che in California della 66 importi poco. In teoria, sempre sul pier, dovrebbe esserci il memory- shop fondato Robert Waldmire, un artista scomparso nel 2009.

E, in effetti, c’è; ma in mezzo a tutta questa confusione non è valorizzato più di tanto e non c’è nessun personaggio simpatico sulla porta ad accogliere i visitatori.

Sulla Golden Coast c’è ben altro, e lo sappiamo!

Cosa importa ai californiani di una vecchia strada, quando qui ci sono spiagge immense, mega alberghi, viali con palme altissime, surfisti, divi del cinema e tanta bella gente che viene a Los Angeles anche solo per farsi vedere?

Qui tutto sa di Beach Boys, di star di Hollywood, di “money makes the world go round“. Insomma…ce n’è abbastanza.

Certo che si sta bene! 2013-08-22 21.29.13

Oggi a pranzo ci vediamo con Peggy Lou e Paula che sono mamma e figlia. Altre due cugine di Margherita, molto ma molto simpatiche. Ed estremamente ironiche, soprattutto Peggy Lou: un vero portento.

Ci aspettano al Loews Santa Monica Beach Hotel, sedute nella lounge.

Che bello ritrovarle dopo tanto tempo!

Cominciamo con un aperitivo, ma per mangiare ci spostiamo in un altro locale che si trova sul tetto di un grande centro commerciale. Scegliamo un tavolo in terrazza. Un posto molto californiano, con sandwich piuttosto alternativi, sofisticati e – soprattutto – fat-free: siamo nello stato che ha il culto del cibo sano, della forma fisica e dello sport.

Qui continuiamo a bere, questa volta vino bianco. Con Peggy Lou e Paula è impossibile tenere basso il tasso alcolico. Ci raccontiamo tante cose, loro sono deliziose.

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Cin-cin!

Dopo pranzo, ci propongono di trasferirci nel bar della hall di un altro hotel super lussuoso – lo Shutters on the Beach Hotel – con una grande sala tutta a vetrate che si affaccia sull’oceano.

E vai con un altro drink, naturalmente!

Bella giornata! E’ giunta l’ora di dirsi good-bye.

Paula ci consiglia,di fermarci una notte a San Clemente, durante la nostra discesa verso San Diego, dove trascorreremo gli ultimi tre giorni prima di riprendere l’aereo e tornare in Italia.

E’ tanto gentile da prenotarci lei la stanza.

Baci e abbracci…loro devono rientrare a Palm Desert prima di sera.

Con tutto quello che abbiamo bevuto ci sentiamo un po’ affaticate e… annebbiate. Quindi, prima di riprendere la macchina, facciamo due passi sulla spiaggia. E’ gigantesca!

Il sole sta per tramontare, c’è tanta gente che corre, qualcuno va in bicicletta, altri fanno addirittura ginnastica con il personal trainer.

Viva il fitness!

Noi, invece, siamo accasciate su una panchina.

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Basta tergiversare, è ora di alzarsi e di rimettersi in marcia.

L’intenzione è quella di seguire la strada lungo la costa, così il bel panorama ci terrà sveglie. Purtroppo, costeggiare l’oceano non è sempre possibile: alcuni tratti sono chiusi, perché di proprietà d’alberghi e residence.

Attraversiamo Laguna Beach (bella!), poi Gana Point, altro posto non male, e infine – già con il buio fitto – arriviamo a San Clemente. Ho una fame terribile ed è molto tardi. Ci sarà ancora qualcosa di aperto?

Niente da fare, è tutto chiuso.

Stasera, va così e , per la prima volta in tutta la vacanza, non ci resta che testare uno di quegli squallidissimi drive in dove si ordina il cibo dall’automobile.

Una cena di una tristezza sconfinata con due pizze nei cartoni- piccole e già tagliate a fette – che ci portiamo in albergo.

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Margherita, il giorno dopo, mi farà notare che io – nevrotizzata e stordita dalla troppa fame – mi sono mangiata anche un paio di fette sue.

Scusa…

Verso San Diego

 

Ultimi giorni…

 

Giornata meravigliosa e piena di sole.

Oggi gireremo un po’ su e giù fra le varie località della costa. Cominciamo, tornando indietro di qualche chilometro – a Laguna Beach – che ieri sera ci era sembrata particolarmente carina.

Quattro passi sulla via centrale, una sosta per il caffè e via… ad ammirare l’oceano.

Laguna Beach

 

Ma quanto è bello?!

E poi la spiaggia è vuota, non c’è quasi nessuno.

Che meraviglia, siamo completamente rilassate e senza l’ansia di dover fare tutto di corsa. Abbiamo detto alla cugina Lynn (che ha la nostra età, anzi è più giovane di qualche anno) che arriveremo a San Diego entro sera, senza fretta. Godiamoci questo ritmo lento, dopo giorni e giorni di lunghi trasferimenti, con l’ansia di essere sempre in ritardo sulla tabella di marcia.

Godiamoci anche il fatto che ieri sera è stata la nostra ultima notte in un motel. E’ molto eccitante cambiare posto ogni giorno, ma il continuo fare e disfare valigie, con la paura di dimenticare in giro qualcosa, stava cominciando a diventare un po’ troppo faticoso.

Ritorniamo a San Clemente, dove facciamo un bel giro. Non ci eravamo accorte con il buio di quanto fosse graziosa: piccole casette basse in stile messicano, fiori ovunque e una magnifica spiaggia.

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Saliamo sul pier e camminiamo fino in fondo…siamo in mezzo al mare. 2013-08-23 23.32.23

Ci sono i surfisti, sono tantissimi; ci sono i gabbiani che vengono a posarsi indisturbati sul parapetto del pontile, oppure sulla sabbia.

Che pace! Gabbiano

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Breve sosta per un hot-dog al volo e continuiamo a passeggiare. Il bagno no, chissà perché non ci va di farlo; strano soprattutto per me che sono una fanatica dell’acqua. Ma l’oceano è diverso: a parte la temperatura che scoraggia parecchio, quello che non invoglia è anche il colore a riva, tipo giallo opaco, per non parlare del misterioso fondale.

Mi accontento di pucciare i piedi.

012

Verso le tre del pomeriggio, ripartiamo in direzione sud.

Seguiamo la strada costiera che non solo è panoramica, ma attraversa un litorale molto selvaggio. Non ci sono case, residence o hotel, solo campeggi per miglia e miglia. E’ così, fino Oceanside che dista poche miglia da San Diego.

Nei giorni seguenti, Lynn ci spiegherà che tutto questo territorio è di proprietà militare, quindi vincolatissimo; in più ha il vantaggio di costituire anche una sorta di “fascia di protezione” fra Los Angeles e San Diego

Negli ultimi anni nella megalopoli di L.A c’è stato una fortissimo dilagare di organizzazioni malavitose che hanno preso il controllo su molte aree limitrofe. Senza però raggiungere mai San Diego che, tutto sommato non è poi così distante (poco più di 190 chilometri).

Sono più o meno le 17 quando arriviamo e siccome in questa città ci sentiamo “a casa” (perché tre anni fa da Lynn abbiamo passato circa 20 giorni), ci fermiamo in un centro commerciale che ha l’aria familiare e facciamo la spesa per la cena.

Compriamo anche un paio di bottiglie di Red Cat , quel rosso che a Barstow ci era piaciuto tanto.

 

  ………………………………………………………………………………………………………………………….

 

E questa è la chiusura del nostro viaggio. I giorni a San Diego, prima della partenza definitiva,  sono stati molto importanti e piacevoli.

Un po’ di tempo per noi: la felicità di rivedere Lynn e sua figlia Nicole; il ritorno in posti che ci erano piaciuti tanto, come La Jollaun paio di serate tranquille a chiacchierare sedute al grande tavolo nel backyard. La jolla

Tempo che ci ha aiutato a rimettere a posto le idee – tante e confuse per aver girovagato e visto troppo! – e a entrare, a poco a poco, nell’ottica del rientro in Italia.

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A pranzo a La Jolla

 

Grazie, dolce Lynn, sempre così ospitale… 

 

Poi, il 26 agosto siamo ritornate a Los Angeles, direttamente all’aeroporto per riconsegnare la macchina…ah, che strappo al cuore!

La procedura è stata velocissima, abbiamo raccolto tutti i nostri oggetti nell’abitacolo. Una signora dell’agenzia “Alamo” ha fatto rapidissimamente il check out, quando noi eravamo ancora in macchina. Il pagamento è stato immediato (hanno prelevato all’istante dalla carta di credito quello che ancora dovevamo: non ce ne siamo neanche accorte).

Un minuto dopo eravamo sedute su una panchina, con le valigione davanti, a  guardare la nostra Buick che veniva portata via.

Mi sono accorta che la stavo salutando con la mano…

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Ciao Blue Buick!

La nostra splendida “economy car “ci ha fatto attraversare l’America, si è spinta su itinerari a volte  estremi, ma non ci ha mai lasciato a piedi.

Quando segui una strada così lunga hai forte, dentro di te, la sensazione di sapere sempre dove stai andando, anche se in quel posto non ci sei mai stato.

Semplicemente, ti  lasci portare e guidare …con fiducia.

E’ il fascino dell’avventura che ti fa sentire profondamente in armonia con te stessa e con quanto ti circonda.

E, intanto, guardi il paesaggio scorrere, insieme a quella rassicurante linea gialla che sembra non finire mai.

 

Non ho dubbi: rifarei tutto da capo!

 

 

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Quella stretta striscia d’asfalto

 

Route 66La Route 66 – la Madre di tutte le strade d’America – attraversa otto Stati (Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona, California), partendo da Chicago – sulle sponde del lago Michigan-  e correndo verso ovest per 2.400 miglia per terminare sulla spiaggia di Santa Monica.

Costruita negli anni ’20 come prima strada pavimentata di collegamento con il “far west” (prendendo origine da antiche piste indiane), è stata sostituita, cinquanta anni più tardi,  dalle autostrade più note come “Interstate”, quelle con quattro e più corsie. Il risultato è che da circa un trentennio la Route è del tutto sparita dalle mappe stradali e  – a maggior ragione – non è mai stata presa in considerazione dai gps.

Viaggiare lungo la 66 ha quindi un fascino molto particolare: significa ripercorrere la storia degli Stati Uniti e rivivere le emozioni di chi sceglieva di andare verso Ovest alla ricerca di un sogno.

Estratto dal sito http://www.lastrada66.it

La Route 66 fin dalla sua realizzazione acquistò un significato speciale nell’immaginario degli americani: una fuga verso l’Ovest, il sogno dell’Eldorado, l’ ultima frontiera in California.

Nel periodo tra le due guerre milioni di automobilisti la percorsero per cercare la fortuna in California o anche solo per sfuggire alla Grande Depressione e ai disastri ecologici causati dall’industrializzazione selvaggia e dalla coltivazione intensiva nelle praterie del Mid-West. La lunga strada che collegava Chicago con Los Angeles divento’ sinonimo di avventura e fu celebrata da scrittori, musicisti e registi. Woody Guthrie vi scrisse le sue ballate “on the road” Steinbeck vi ambiento’ il suo capolavoro “Furore” chiamandola la Mother Road, la Strada Madre di tutti gli americani, Kerouac vi ambiento’ le sue opere migliori.

E’ un luogo popolato da addetti alle pompe di benzina, camionisti, vagabondi, gestori di motel, autisti di camper. E’ una strada di fantasmi e di sogni lasciati da tutti quelli che l’hanno percorsa. La Route 66 fu anche un potente strumento di sviluppo economico e culturale per i paesi che attraversava: attiro’ milioni di persone nel South West americano, finalmente non piu’ isolato dal resto del mondo. Stati come l’Oklahoma e l’Arizona devono il loro sviluppo alla Route 66 che li influenzò indelebilmente.

La fortuna della Route 66 fu costruita e sostenuta da una intelligente azione pubblicitaria organizzata dal comitato promotore presieduto da Cyrus Stevens, un facoltoso uomo d’affari di Tulsa in Oklahoma. Caso veramente unico al mondo la nuova strada fu lanciata negli anni ’20 con tecniche degne di un prodotto commerciale di largo consumo e la clientela crebbe rapidamente. Oggettivamente aveva tutte le caratteristiche per diventare un prodotto di successo. Il suo tracciato attraversava alcune delle piu’ belle aree del continente, dal Missouri al Texas, dagli altopiani del New Mexico ai Canyon dell’Arizona, un viaggio a ritroso alla fine del secolo scorso, i tempi della grande colonizzazione dell’Ovest.

Purtroppo, la nuova rete di Interstate completate negli anni ’70 rese più agevole il traffico automobilistico ma condannò inesorabilmente il mondo nato e cresciuto intorno alla Route 66. Le autostrade, infatti, non attraversano i centri urbani, sono veloci e hanno scarsi contatti con il territorio circostante. I paesi che ottennero un’uscita sopravvissero, anzi si svilupparono ulteriormente, quelli tagliati fuori morirono inesorabilmente come rami d’albero staccati dal tronco.

Ma non basta.

Viaggiare più rapidamente, diminuì la necessità di pernottare lungo la strada, a discapito dei tanti motel. Le macchine tecnicamente più affidabili resero inutili migliaia di officine e le grandi catene di fast food mandarono in rovina i piccoli Ristoranti familiari. Insomma, il mondo che ruotava intorno alla Route 66 scomparve quasi completamente in meno di un decennio.

Non del tutto, però, perché uno sparuto numero di “sopravvissuti” continuarono a vivere e lavorare ai bordi della vecchia strada, spesso più’ per nostalgia che per convenienza, conservando ancora intatto quello che fu lo spirito della buona vecchia Route 66. Molti piccoli centri si spopolarono completamente, ma alcuni riuscirono a conservare sino ad oggi le loro peculiarità, isolati ma protetti dal mondo esterno che continuò a sfrecciare sulle veloci autostrade.

Ripercorrendo l’antico tracciato, si rimane colpiti da un mondo e da un modo di vivere fatto ancora di rapporti umani, di personaggi semplici, di piccole grandi cose che si penserebbero ormai estinte nel paese dei grattacieli. Oltre allo splendido paesaggio, in gran parte non ancora invaso dal turismo di massa, la Route 66 regala forti emozioni e incontri impossibili da dimenticare al viaggiatore che non ha fretta.

Per questo motivo la Route 66 è diventato un parco nazionale – caso unico al mondo per una strada – e vincolata dal Ministero Federale dei Beni Culturali come un pezzo significativo della storia d’ America.

Con oltre 4.000 chilometri di estensione è il parco naturale più lungo del mondo.