Tulsa – Clinton

 

Ottavo giorno…

 

Itinerario

 

 

A Tulsa la colazione bisogna farla fuori dal motel.

La signora indiana che sta alla reception ci consiglia un posto a un paio di isolati di distanza. Risaliamo il marciapiede e scopriamo che è il Tally’s Café, lo stesso in cui abbiamo cenato la sera prima. Stamattina sembra più carino, ieri sera era triste e mezzo vuoto, oggi c’è un po’ più di movimento. Gli americano mangiano tutti eggs and bacon, noi prendiamo una specie di pancake gigantesco con la panna montata e le fragole. Una porzione divisa in due è già fin troppo abbondante. Il tutto è accompagnato dalla solita tazzona di caffé stra-annacquato.

Visto che ieri sera – tanto per cambiare – siamo arrivate molto tardi al motel e ci siamo fermate all’estrema periferia della città, decidiamo di fare un giretto per visitare il downton dove sembra ci siano degli edifici in stile Liberty.

Lasciamo la macchina e facciamo quattro passi a piedi, giusto per renderci subito conto che di Liberty qui non c’è quasi nulla. Come al solito, quello che più mi lascia allibita sono queste vie vuote: siamo in pieno centro, nella seconda maggiore città dell’Oklahoma con quasi 400 mila abitanti, tra grattacieli, banche e negozi vari, ma in giro non c’è anima viva.

Tulsa downtown

Tulsa downtown

Provo la mia solita sensazione di smarrimento con cui convivo ormai da un po’. Mi succede sia quando attraversiamo in macchina le sterminate aree commerciali che si espandono a macchia d’olio intorno alle città, sia quando ci avviciniamo alle zone più centrali, quelle con edifici luccicanti e svettanti in vetro e acciaio e ci accorgiamo ogni volta che non è lì che la gente vive e girovaga.

E dove allora?

Ormai,  siamo viaggiatrici on the road, stiamo bene solo quando siamo in transito. Non vediamo l’ora di riprendere la nostra Route, lasciandoci questa domanda senza risposta alle spalle. E’ il solito susseguirsi di paesini: Sapulpa, Stroud, Chandler. Passiamo, ancora una volta, tra vetusti motel, cafè pittoreschi e distributori restaurati. Ma non ci fermiamo.

Ad Arcadia, invece, decidiamo di fare una sosta, perché qui c’è il Round Barn, un vecchio ed enorme fienile circolare, ristrutturato e sovrastato da una grande cupola di legno.

Round Bard

Round Bard

Così, varchiamo la porta, al piano terra, del museo-negozio che è proprio bello e ben organizzato. Ecco che anche qui ci viene incontro una signora sui settanta, gentile e sorridente, per darci subito qualche informazione su questo strano posto. C’invita a salire al piano superiore, dove il vecchio fienile è stato trasformato in una “originale ” sala da ballo.

Ad accompagnarci sulla scala è Mr Sam, 87 anni, abbigliamento in stile cow-boy e verve da grande comunicatore. Ci racconta la storia del fienile e il successo che da tempo questa enorme stanza rotonda sta riscuotendo come spazio per feste danzanti.

All’improvviso, decide che è giunto il momento di insegnarci a ballare una danza country locale.

Io – rannicchiata su una panca – cerco di smaterializzarmi. Margherita viene subito tirata in pista…scattano al volo le foto che questa sera, appena raggiungeremo un albergo con il wi-fi, partiranno veloci ai quattro angoli del pianeta!

Ecco un’altra bella persona conosciuta, per caso, lungo la Route!

Finite le danze, prima di riprendere il nostro viaggio, incappiamo in una piccola comitiva di italiani – e te pareva! – che sta facendo lo stesso nostro giro, ma al contrario: sono partiti da Los Angeles e vanno a Chicago: boh! trovo che sia un po’ triste…meglio andare verso west come facevano i pionieri e gli avventurieri in cerca di fortuna. Che senso ha andare da ovest a est?Sam-e-Mita

Sorrido, pensando a quanto siamo sognatori e fuori tempo noi della nostra generazione. Uno si aspetta di viaggiare sulla 66 e  di incontrare – come ha visto nei film – solo motociclisti aitanti e alternativi, o  giù di lì. Invece, trova solo vecchi nostalgici, diversamente giovani, che fanno finta di rivivere un mito che, tutto sommato, non gli appartiene più di tanto.

Del resto, anche noi siamo qui…

Si riparte – good-bye Mr Sam! – la nostra prossima meta è Oklahoma City, dove vogliamo vedere il National Memorial realizzato dopo il tremendo attentato del 19 aprile 1995.

Oklahoma City

Oklahoma City

Al posto dell’edificio federale di 9 piani – completamente distrutto una mattina di 19 anni fa dallo scoppio delle bombe – oggi ci sono due altissimi muri neri, uno di fronte all’altro, molto distanti fra loro.

Sul primo si legge – 9.01 – e sul secondo – 9.03

Due minuti lunghissimi, terribili e definitivi. In mezzo un lungo specchio d’acqua rettangolare che sottolinea – attimo per attimo – il lento scorrere di questo arco di tempo, apparentemente così breve. Lo specchio d’acqua diventa una sorta di palcoscenico, perché sul grande prato davanti, in leggera pendenza ci sono tantissime sedie vuote, una per ogni vittima dell’attentato.

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Ci sono sedie grandi e sedie piccole (i bambini…), alcune sono raggruppate, altre isolate, distanti tra loro.

Dal punto di vista emotivo, per me l’impatto è stato violentissimo. Le sedie stanno lì immobili, ma è come se parlassero: dicono tutto quello che queste persone direbbero se fossero ancora in vita. Tutto quello che c’è da dire e da mostrare perché eventi così inconcepibili e drammatici non possano più essere dimenticati.

Proprio come NON succede da noi.

Gli americani reagiscono così alle lacerazioni e ai gravi affronti. E fanno bene.

Ritorno al parcheggio con tanti pensieri in testa.

Il National Memorial mi ha sconvolto, ma mi è anche piaciuto molto e sono contenta di averlo visto. Sarei già soddisfatta così, ma Margherita insiste perché prima di lasciare Oklahoma City si faccia un salto nel quartiere degli artisti – La Paseo – in un’area della città dove sono stati recuperati alcuni vecchi magazzini e depositi inutilizzati.

Il quartiere è un po’ troppo fuori mano e io storco il naso.

Quando arriviamo però ammetto di essermi sbagliata, perché il posto è proprio grazioso: allegro, colorato, con gallerie d’arte, negozietti etnici e vintage e tanti localini interessanti.

Seduta, in attesa del caffé

Seduta, in attesa del caffé

Uno in particolare, dove ci sediamo fuori sotto l’ombrellone a bere un VERO caffé, servito da una ragazzo simpatico e anche di bell’aspetto.

Edifici a La Paseo

Edifici a La Paseo

Qui c’è una gran musica – James Brown, Earth Wind and Fire e altra roba molto funky – che mi mette proprio di buon umore.

Ci voleva!

Via di nuovo…stasera dormiremo a Clinton.

Lungo la 66 ci imbattiamo in un vecchio ponte di ferro. Finalmente, perché tanti altri che i nostri libroni riportavano ce li siamo persi.

Però, chissà come, a un certo punto sbagliamo strada e ci ritroviamo su un lungolago. Bello certamente, ma dobbiamo comunque tornare indietro.Ponte di ferro

Yucon, El Reno, Hydro e poi…eccoci arrivati a Clinton!

Come al solito sono le otto di sera passate e dobbiamo ancora trovarci un motel. Oggi proveremo una nuova catena: il Ramada Inn.

Un po’ più pulito del Super 8, ma neanche tanto.

Ottima, invece, la cena: alla Steak House Montana Mike’s che è proprio lì a due passi.

Montana Mike's

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